BERLINALE 63 – "Dark Blood", di George Sliuizer (Fuori concorso)

Dark Blood non è il primo esempio di un film postumo e non sarà nemmeno l'ultimo. La sua distribuzione è stata ritardata di venti anni e si è compiuta solo perchè George Sluizer temeva che il suo lavoro sarebbe stato distrutto definitivamente. L'ultima interpretazione di River Phoenix potrebbe avere la stessa accoglienza che tutti gli altri casi analoghi hanno ricevuto: tuttavia, la ricerca di segnali di premonizione o di atteggiamenti profetici esula dal valore del film. Dark Blood resta un film degli anni novanta: non sarebbe stato un successo ma sarebbe stato uno dei tasselli della carriera di un attore importante. Il film di George Sluizer è un thriller rarefatto su un attore e su sua moglie che si sono persi in una zona del deserto dello Utah in cui sono stati fatti numerosi test nucleari: i due chiedono aiuto ad un ragazzo del posto che ha da nativo e vive in una baracca isolata. Il riferimento a Le colline hanno gli occhi di Wes Craven è evidente e per capire il senso dell'operazione bisognerebbe ricordare che il regista era arrivato ad Hollywood grazie al remake di un suo film olandese: The Vanishing aveva lo stesso meccanismo in cui un uomo e una donna venivano torturati psicologicamente da una personalità disturbata ma affascinante. River Phoenix ritorna dal passato e il suo personaggio ha almeno un legame con il suo destino: si presenta come l'unico erede di un popolo scomparso ed è convinto che presto ci sarà la fine del mondo. Il solo motivo per cui vuole trattenere i suoi due casuali visitatori è la donna con cui desidera far ripartire l'umanità. Il suo fascino non è solo un'invidiabile presenza scenica e un talento che non è stato apprezzato nella sua maturità: il film punta a restituire il confronto tra una civiltà avida ed insaziabile e un primitivismo animalesco che è stato umiliato e offeso dal progresso. La donna è insoddisfatta e solo il pensiero della rinuncia al benessere borghese la convince a non concedersi alle sue insistenti richieste sessuali. L'uomo si preoccupa per la sua camicia strappata, la donna si lamenta di non poter fare una doccia ma il protagonista ha perso la moglie per gli effetti delle radiazioni che loro hanno provocato. George Sluizer deve accettare alcune regole hollywoodiane ma orienta tutte le sue simpatie verso il nemico: la ritualità antica e il culto degli antenati rivaleggiano frontalmente con il lusso delle ville hollywoodiane e il simulacro di una lussuosa Bentley che si pianta in mezzo ai canyon. Dark Blood è un film prevedibile e il suo recupero è l'unico elemento veramente cinematografico: la buonafede della restituzione e della resurrezione non può essere messa in discussione e il potere dello schermo rinnova il rimpianto per una morte prematura. E' questo sentimento di commozione e di amore che fa accettare le sospensioni che nascondono le lacune e la voce over che descrive le scene che non sono state girate in tempo. E' triste che River Phoenix sia morto ed è un peccato che questo sia stato il suo ultimo ruolo: l'emozione di rivederlo al cinema non cambia il giudizio su un film che sarebbe invecchiato molto male.