BERLINALE 63 – "Gold", di Thomas Arslan (Concorso)

Gold

Western teutonico, sottolineato da una colonna sonora invasiva utilizzata come megafono per sequenze altrimenti piatte i rivela una lenta e impacciata processione verso un epilogo scontato, con tanto di maldestra sparatoria: ultimo atto di una pellicola che dilata la narrazione senza costrutto, sprecando (in)volontariamente l'inevitabile immersione nella natura ostile

GoldLa  presenza di qualche gloria locale è il dazio da pagare nei concorsi dei grandi festival. È così a Venezia e a Cannes, ed è così anche per la Berlinale, approdata alla 63a edizione. Preso atto della sistematica e generosa selezione del nuovo lungometraggio di Thomas Arslan (In the Shadows, Vacation, Dealer), possiamo quantomeno rallegrarci per la singolarità del progetto, un western teutonico sulla corsa all'oro. Insomma, lo Yukon, il Klondike, Dawson City, le pepite e parecchia polvere da ingoiare, in una ricerca spesso disperata e inutile.

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L'incipit di Gold è purtroppo ingannevole e almeno per una quindicina di minuti sembra condurci sui sentieri già battuti da Meek's Cutoff di Kelly Reichardt, con la rinuncia programmatica alla spettacolarità, alla tradizione del cinema western, alla centralità dei personaggi maschili. Arslan focalizza la pellicola e l'avventurosa spedizione sulla riservata e caparbia Emily Meyer (Nina Hoss), optando per una fotografia neutra, per una certa attenzione ai dettagli e alla quotidianità.

Fin qui tutto bene. Suonano invece stonate le note di una colonna sonora invasiva, utilizzata come megafono per sequenze altrimenti piatte, lontane dal rigore formale della Reichardt e altrettanto distanti da qualsiasi western canonico. Gold scopre le proprie carte nel volgere di pochi minuti, affastellando personaggi stereotipati, in primis il taciturno e tenebroso cowboy Carl Boehmer (Marko Mandi?). E gli stereotipi diventano rapidamente macchiette, come il suonatore di banjo Joseph Rossmann (Lars Rudolph), utilizzato come una sorta di spalla comica.

La corsa all'oro di Thomas Arslan si rivela una lenta e impacciata processione verso un epilogo scontato, con tanto di maldestra sparatoria: ultimo atto di una pellicola che dilata la narrazione senza costrutto, sprecando (in)volontariamente l'inevitabile immersione nella natura ostile. Anche il vago accenno al rapporto tra i coloni tedeschi e la sparuta popolazione locale viene sacrificato per lasciare spazio a una struttura narrativa ripetitiva, meccanica e soprattutto superficiale. Di Gold ci restano dunque solo le premesse.

 

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