BERLINALE 63 – Il ritorno dei (gran)maestri

Un colpo questa 63ª Berlinale, in fondo, lo ha già messo a segno. È senz'altro il film più atteso, più volte annunciato, più volte rinviato: The Grandmaster segna il ritorno di Wong Kar-wai, a sei anni di distanza da My Blueberry Night. Un film d'arti marziali che promette scintille, con Tony Leung Chiu-wai nei panni di Ip Man, il grande maestro dei primi decenni del XX secolo, da ultimo interpretato da Donny Yen.

Wong Kar-wai sarà anche il presidente di giuria di un concorso che, rispetto agli ultimi anni, presenta un gran numero di titoli di indubbio interesse e di nomi di richiamo. Sicuramente è il cinema americano a farla da padrone, a cominciate da Promised Land di Gus Van Sant, thriller a sfondo ecologista, scritto da Matt Damon (anche protagonista) e John Krasinski. Poi c'è l'inarrestabile Steven Soderbergh, che, dopo Magic Mike, conferma il suo feeling con Channing Tatum, tra i protagonisti di Side Effects, altro thriller che s'immerge nei meandri della psichiatria e degli inconfessabili segreti delle case farmaceuriche. Al fianco di Tatum, un cast stellare con Jude Law, Rooney Mara e Catherine Zeta-Jones. Sul versante azione si muove anche The Necessary Death of Charlie Countryman, produzione americana affidata al giovane svedese Fredrick Bond: Shia LaBoeuf si troverà ad affrontare i boss della droga per salvare la propria pelle e quella della donna amata, interpretata da Evan Rachel Wood. Uno scenario insolito: la Romania. Punta invece sulla commedia il David Gordon Green di Strafumati. Prince Avalanche è il remake di un film islandese, Either Way, di Hafsteinn Gunnar Sigurðsson: interpreti Emile Hirsch e Paul Rudd. A completare il dream team a stelle e strisce, arriva Linklater con l'ultimo capitolo della storia infinita di Jesse e Céline: Before Midnight ritrova insieme Ethan Hawke e Julie Delpy diciassette anni dopo il loro primo incontro in Prima dell'alba e nove anni dopo Prima del tramonto. Ma questo concorso parla anche molto francese, a cominciare dal controverso Bruno Dumont, che affida a Juliette Binoche il ruolo di Camille Claudel, la sorella "folle" dello scrittore Paul Claudel. Guillaume Nicloux, invece, con La religieuse, guarda alla Suzanne Simonin di Diderot, personaggio con cui Rivette aveva già fatto scandalo nel 1966. Terzo film francese in concorso è Elle s'en va di Emmanuelle Bercot, storia di una sessantenne che lascia tutto e tutti per ritrovar se stessa, un road movie affidato all'eterna Catherine Deneuve. In qualche modo legato alla Francia è, anche, uno dei titoli che destano maggior curiosità, Dark Blood di George Sluizer, che porta a compimento un film iniziato nel 1993 e interrotto per la morte improvvisa del suo protagonista, il compianto River Phoenix. Un film profeticamente incentrato sulla fine del mondo, su cui aleggerà, inevitabilmente, lo spettro della morte.

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Un solo titolo dall'Estremo Oriente, invece: il grande Hong Sang-soo continua la sua fenomenologia dei rapporti impossibili con Nobody's Daughter Haewon ed è la punta di diamante di un cinema coreano che, nelle sezioni collaterali, quest'anno la farà da padrone. Altro titolo molto atteso è Parde (Closed Curtain), di Jafar Panahi, girato con la collaborazione di Kamboziya Partovi. Un uomo e una ragazza, ricercati dalla polizia, si ritrovano in una casa in riva al mare. Altro film sulla reclusione (e la libertà dello sguardo). Il bosniaco Danis Tanovic, premio Oscar nel 2002 con No Man's Land, entra, invece, nel mondo dei rom con An Episode in the Life of An Iron Picker, interpretato da attori non professionisti. A completare il quadro del concorso Child's Pose del romeno Calin Peter Netzer (Medalia de onoare), l'austriaco Ulrich Seidl che completa la sua trilogia (dei grandi festival) con Paradies: Hope, il russo Boris Khlebnikov con A Long and Happy Life, il cileno Sebastián Lelio con Gloria, il turco tedesco Thomas Arslan con Gold e la sudafricana Pia Marais con Layla Fourie. Fuori concorso va Bille August, il due volte vincitore della Palma d'oro con Pelle alla conquista del mondo (1988) e Con le migliori intenzioni (1992). Night Train to Lisbon è l'adattamento di un romanzo di Pascal Mercier, thriller filosofico ambientato ai tempi della dittatura di Salazar in Portogallo e interpretato da Jeremy Irons e Mélanie Laurent.

 

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Come sempre, però, sono le sezioni collaterali la vera anima (un po' dispersiva, invero) del Festival di Berlino. La sezione Forum continua la sua esplorazione degli sguardi più obliqui e distanti e ospita, tra l'altro, gli italiani Massimo D'Anolfi e Martina Parenti, che, con Materia Oscura, raccontano le vicende del Poligono Sperimentale del Salto di Quirra in Sardegna, dove per anni sono state testate le "armi nuove". Ma le attese maggiori sono per alcuni titoli della sezione Panorama: dall'esordio da regista di Joseph Gordon-Levitt, che in Don Jon's Addiction duetterà con Scarlett Johansson, al bianco e nero di Francis Ha, nuova commedia "danzante" di Noah Baumbach, dal documentario di Sébastien Lifshitz su "Bambi" Jean-Pierre Pruvot, stella del music hall al nuovo film di Jacques Doillon, Mes séances de lutte. Grande protagonista della sezione sarà il mai domo James Franco, interprete di Maladies di Carter e coautore, con Travis Matthews, di Interior. Leather Bar., un viaggio a margine di Cruising, il film maledetto di William Friedkin, e nei segreti del mondo queer.