BERLINALE 63 – "Lovelace", di Rob Epstein e Jeffrey Friedman (Panorama)

La morte di Linda Lovelace e la banalità del porno contemporaneo hanno prodotto una riabilitazione della stagione del porno-chic: la rivalutazione è iniziata con Boogie Nights di Paul Thomas Anderson ed è proseguita fino al documentario Inside Deep Throat. La beatificazione tocca l'attrice come un'assoluzione per i suoi peccati: le sue imprese nel mondo dell'hardcore sono raccontate dal punto di vista della sua autobiografia. Ordeal era una confessione in cui la donna cercava di liberarsi del fardello di un'esperienza sconveniente e addossava le responsabilità ad un marito manipolatore. La sceneggiatura di Andy Bellin si adegua a questo ruolo di vittima degli eventi: il centro del film è il rapporto morboso tra Amanda Seyfried e Peter Sarsgaard ma questa dipendenza psicologica non va mai troppo in profondità. Lovelace è ambiguo come la sua protagonista: il cinema cerca di dimenticare e di mostrare il lato oscuro della pornografia ma non può nascondere una fascinazione per la sua mitologia. La vera natura e la personalità di Linda Lovelace non interessano a nessuno: l'unica cosa che la gente apprezza è la sua specialità. Il film si esaurisce non appena il momento topico viene risolto e il flashback svela il dietro le quinte malsano che l'ha convinta ad andare sul set. Lovelace inizia con i tempi e lo stile di un'apologia della liberazione sessuale: i filmati di repertorio ricordano il dibattito pubblico e l'enorme successo di Deep Throat fino alla trionfale proiezione privata di Hugh Hefner. La gloria dell'insolita star viene smentita dall'integrazione del fuori campo di tutti glie eventi precedenti: ogni momento accattivante che è stato mostrato rivela il suo dettaglio negativo. Il ricordo idilliaco della primo giorno di nozze viene macchiato dalla prima violenza sessuale, la casualità dell'ingresso nel porno viene negata da un passato di forzata prostituzione. La tesi del film è che Linda Lovelace non fosse mai consapevole e Amanda Seyfried ha l'ingenuità necessaria per replicare un surrogato di Marilyn Monroe: gli eventi vengono distorti in questa direzione e il film celebra la sua seconda vita da paladina dei diritti delle donne. Il sospetto peggiore è che i registi preferiscano la censura preventiva alle complicazioni morali della pornografia. La divisione del film è troppo netta ed entrambe le parti lasciano un senso di deja vu: la rievocazione degli anni settanta si è consumata da tempo ma è più convincente dell'abusata parabola di riscatto personale.