BERLINALE 63 – "Night Train to Lisbon", di Bille August (Fuori concorso)

martina gedeck e jeremy irons in Night train to Lisbon

Dal romanzo di Pascal Mercier, il regista danese lambisce la Storia solo per protocollo, e con le storie dei singoli cuce trapunte che non avvincono né riscaldano. Nessuna seconda giovinezza per Jeremy Irons, ingessato nel tweed da professore ortodosso che gioca a dama contro se stesso, e s’illumina (a risparmio energetico) per un incontro casuale e destinale

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LE BORSE DI STUDIO 2023/24 DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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LA NUOVA SCUOLA DI DOCUMENTARIO

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martina gedeck e jeremy irons in Night train to LisbonNel tracciare le intersezioni tra le sorti di un Paese e di un uomo, dal romanzo di Pascal Mercier, Bille August lambisce la Storia solo per protocollo, e con le storie dei singoli cuce trapunte che non avvincono né riscaldano. Nessuna seconda giovinezza per Jeremy Irons, ingessato nel tweed da professore ortodosso che gioca a dama contro se stesso, e s’illumina (a risparmio energetico) per un incontro casuale e destinale. Incrocia lo sguardo di una bella e disperata straniera, quando è già perso nel fiume dove sta per gettarsi. Naturalmente la salva, inspiegabilmente si innamora di un testo ingiallito e consunto che la ragazza porta nella tasca del cappotto.

Un libretto autobiografico che parla di vita come viaggio, di viaggio come solitudine, di vita come viaggio attraverso la solitudine orchestrato dal caso. Inizia così, inspiegabilmente e tediosamente, il suo percorso sulle strade del testo, saltando – sempre con pacata eleganza, leggi anche sfiancante mollezza – sul convoglio del titolo. Ma il treno notturno che porta a Lisbona non deraglia mai dai binari del dramma convenzionale, scritto con automatismo e recitato con costrizione, né incontra la notte vera.

Luci e ombre lavorano sugli ambienti come sui personaggi, restituendoci sempre l’esatta metà di un panorama e di una persona veri. E la bravura degli interpreti – consumati (e un po’ logori) come Irons, emergenti come Mélanie Laurent in un’inedita versione ispanica ma non sia mai troppo caliente – non può sopperire all’indifferenza epidermica del (meta)testo. Perché se l’anziano insegnante si dichiara rapito e scosso dalle passioni dei giovani rivoluzionari durante la dittatura di Salazar, le frasi che legge dal prezioso volume suonano vaghe e retoriche come il tappeto musical/parlato di uno spot. Le ripete a voce alta come a cercare l’approvazione dell’interlocutore, ma l’unica volta che gli crediamo è quando racconta la sua separazione: la moglie lo ha lasciato perché è noioso, ammette, ed effettivamente ha la capacità di affogare un paio di archi narrativi in meno di due ore.

 

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