BERLINALE 63 – "The Grandmaster", di Wong Kar-wai (Fuori concorso)

zhang ziyi in The Grandmaster

C'è sempre più un senso di incompiutezza nell'opera del grande cineasta, come se la versione del film che si vede sullo schermo fosse mutilata rispetto a quella prevista, dove le infinite soluzioni di montaggio cercano ma non trovano un accordo armonico. Forse era un film pensato per durare quattr'ore invece che due. L'idea però è che l'opera del cineasta appare sempre più prigioniera della sua forma e il suo cuore batte molto più lentamente

zhang ziyi in The GrandmasterChe fine ha fatto il cinema di Wong Kar-wai? Dopo lo straordinario In the Mood for Love si è avvertita successivamente sempre di più una sensazione di incompiutezza, come se il risultato del lavoro realizzato fosse in contrasto con ciò che era stato pensato. Probabilmente The Grandmaster, proprio come 2046, è come un'opera mutilata, come se le inquadrature sempre studiatissime nel rapporto tra fissità della scena, colore, movimento diventassero dissonanti nelle diverse, quasi infinite soluzioni di montaggio che però non riescono più a trovare un accordo armonico. Se in 2046 c'erano però ancora i residui abbaglianti del film precedente, in The Grandmaster invece si avverte una gelidità nello sguardo di uno dei cineasti più innovativi a livello internazionale tra gli anni '80 e '90, capace all'improvviso di far saltare la composizione in un delirio sfrenato di esaltante passionalità.

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Il film d'apertura di questa 63° Berlinale sembra invece bloccarsi nel suo formalismo, nelle sue precise traiettorie geometriche presenti soprattutto nelle scene dei combattimenti di kung-fu, dove a livello coreografico, sembrano più volte ripetersi con impercettibili variazioni: ralenti, dettagli sugli occhi, sulle mani, sul sangue, sulla pioggia che cade, sfondo nero. Al centro due maestri di Kung fu. Lui, Ip Man (Tony Leung Chiu Wai) viene dal Sud della Cina, lei Gong Er (Zhang Ziyi), figlia di un rinomato maestro, dal Nord. Si incontrano nel paese natale di lui, Foshan, durante l'invasione giapponese nel 1936 con il paese in tumulto.

Nei salti temporali, Wong Kar-wai rimette in gioco i sentimenti di amore, onore, tradimento sullo sfondo di battaglie dove il respiro epico appare soltanto esteriore. Dietro la sua forma esemplare, batte invece lentamente il cuore del suo cinema, pur avendo in Tony Leung Chiu Wai (che con questo film prosegue l'ormai lunghissimo sodalizio con il regista), Zhang Ziyi  e Chang Chen nei panni di Razor, gli attori perfetti per cercare quell'equilibrio perfetto tra wuxia e mélo. E se nel primo genere c'è tutta un'abilità manierista,  il secondo è quello ad apparire più sacrificato, nei frammenti dove resta più il gesto che l'impeto tranne nella parte finale, l'unico slancio emozionale autentico di un cineasta che non riesce più a trascinare dentro da oltre 10 anni, e che anche nelle seduzioni coreografiche (tranne nel combattimento vicino il treno, per un attomo squarcio noir) si preferisce l'accattivante furbizia di Zhang Yimou di Hero che però poi si frantuma nel successivo La foresta dei pugnali volanti, uno degli esiti più felici del cineasta dal 2000 in poi.

Eppure sui titoli di testa c'era una materia, una tessitura coloristica da plasmare, con il rosso, il giallo, l'arancione che sembrava arrivare direttamente da Ashes of Time. Poi The Grandmaster impone il suo ritmo, a tratti ipnotico ma non inebriante, fa sentire il peso dei suoi movimenti di macchina fino a quando con un movimento di zoom si allarga sui personaggi in gruppo e si ferma in istantanee fotografiche variando verso quel grigiore che sembra al momento segnare almeno questa fase della sua carriera.

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