BERLINALE 63 – “The Necessary Death of Charlie Countryman”, di Fredrik Bond (Concorso)

“Non sono Robert Redford”, dice Shia LaBeouf, catapultato in questa che dovrebbe essere, nella visione degli autori, la versione videoclip (anche dichiarata dai dialoghi) de I tre giorni del Condor: bisogna confermargli che ha ragione, nonostante di lui apprezziamo con affetto l'impegno e la grande dedizione, soprattutto perché a tenere lontano questo film dal prototipo di Sydney Pollack (e in generale del noir con protagonista morto-che-racconta, o del giallo a intrigo internazionale) c'è di mezzo il cinema. Fredrik Bond, autore di video tra gli altri per Moby, all'esordio nel lungometraggio di finzione tenta di inserirsi ahinoi e ahilui nella scia dei lisci prodotti di design illuminati al neon che piacciono tanto ai Festival negli ultimi tempi (quelli di cui discorrevamo con Walter Hill…Refn, Dominik, nessun bisogno di ripeterne i nomi…), sulla base di uno script di quelli con la Mafia simpatica dell'Est Europa su cui fonda le proprie vuote scorribande uno come Guy Ritchie: in una Bukarest tentacolare frequentata da loschi e sanguinari figuri d'ogni tipo come Mads Mikkelsen e Til Schweiger, il giovane Charlie Countryman si trova suo malgrado coinvolto in una serie di folli eventi che girano intorno alla bella e pericolosa Gabi (Ewan Rachel Wood).

Non avrà il malloppo, e nemmeno la donna, pare di capire dalle prime inquadrature, non fosse che Bond si dimostra da subito piuttosto perplesso e confuso sulla direzione da intraprendere, tra le parentesi visionarie del protagonista che è perseguitato dai propri fantasmi, i momenti improvvisi di esplosione della violenza, e una mostruosa propensione al ralenti deformante (a proposito di spettri, non starà riposando certamente bene quello del compianto Tony Scott…) che a onor del vero ci regala però dei primi piani di sorridente genialità a firma del fenomenale LaBeouf.

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Il riferimento è chiaramente scorsesiano, tra i continui testacoda surreali di Al di là della vita, e la struttura consapevolmente menzognera e fintocircolare di Casino: manca del tutto, al solito in questo tipo di progetti (in un istante da erezione autoindotta il film potrebbe anche ricordare qualche scellerato esperimento di Neveldine & Taylor), il senso profondo della morale che innervava appunto i prototipi, e che poi è giusto quella distanza verso il cinema che continua a restare completamente ignorata dai fautori di questi esangui omaggi a modelli di cui restano solo le sagome di cartone da appendere al muro.