BERLINALE 64 – Aimer, boire et chanter (Life of Riley), di Alain Resnais (Concorso)

I film di questa Berlinale sembrano confermare una tendenza del cinema contemporaneo giustamente indicata da Francesca Bea quando cita Alain Badiou (“Il cinema non è l’arte della parola. Il cinema è un’arte del sensibile e un’arte del silenzio”), ovvero al contrario un rafforzamento della natura “vococentrica”, termine caro a Michel Chion, del mezzo cinematografico, probabilmente per esorcizzare la paura della sparizione senza tracce latenti del corpo nella smolecolarizzazione digitale (centrale in questo appare chiaramente la voce senza fonte di Scarlett Johannson in Her di Spike Jonze): alla voce del fantasma di Clooney o di latrati di cani lontani si aggrappa ad esempio Sandra Bullock in Gravity, piu’ fortunata di Robert Redford che in All is lost di voce non ha nemmeno la propria. Ancora una volta simile al flusso continuo del monologo di Leonardo DiCaprio, mai silente per tutto Wolf of Wall Street sia in campo che off, Lars Von Trier di fatto in Nymphomaniac annulla qualunque dimensione alle immagini, siano quelle hard che quelle “narrative”, facendone il corollario accessorio del rimpallo di rimandi e riflessioni elementari nel lungo dialogo tra Charlotte Gainsbourg e Stellan Skarsgård (se il film non fosse mai stato girato ma ne esistesse unicamente la versione testuale, nulla cambierebbe alla natura dell’operazione, e della comunicazione che la circonda come le parentesi-vagina intorno al vuoto nella grafica del titolo).

Alain Resnais, la cui filmografia ha insegnato a tutti le mille potenzialita’ di una voce-testo quando la si fa scontrare con l’immagine, arriva cosi’ a parlare di “amare, bere e cantare” e sembra un po’ proseguire il discorso del meraviglioso, commovente film di Gondry, in cui l’incessante duello a parole tra Michel e Noam Chomsky fa da colonna audio ai lucidissimi schizzi animati che fioriscono sullo schermo: allo stesso modo i fondali di cartone, gli esterni disegnati e quel folle sfondo quadrettato da fumetto anni ’60 usato per i primi piani dialogano per Resnais con le saltellanti battute della pièce di Alan Ayckbourn (lo stesso di Cuori e Smoking/No Smoking). Eppure quanto cinema straborda da André Dussollier che tira un calcio a un elemento chiaramente “ornamentale” (come lo chiamerebbe Lello Arena) del set, e si rompe il piede per davvero: “preferisco i film”, dira’ proprio Dussolier di ritorno dalla rappresentazione teatrale che i personaggi di Resnais/Ayckbourn stanno preparando…

Il magnifico cineasta gioca cosi’ con i diversi piani del racconto con l’agilita’ di chi questo tipo di narrazione lo frequenta da sempre, e la leggerezza dei suoi ultimi strepitosi film (Gli amori folli, Vous n’avez encore rien vu) che nascondono puntualmente un funerale traslato sulla parola “fin”. Ma piu’ che con le allegre giravolte della sinossi, dominata dalla figura sempre fuoricampo del tombeur George che regge le fila di un intricato gioco di gelosie che finira’ per svelare la verita’ sulle relazioni di lungo tempo tra tre coppie di amici, Resnais sembra divertirsi a fingere ogni cosa, sia detta che celata, sia mostrata che nascosta all'obiettivo, complice la recitazione fantasticamente antinaturalista dei volti familiari, l’inarrestabile Sabine Azéma su tutti.
La battaglia e’ tutta giocata su cio’ che e’ fuoricampo ma entra in qualche modo nella dimensione del quadro (George Riley, la festa di compleanno della giovane Tilly) e cio’ che effettivamente vediamo fingendo che sia nascosto (i “trucchi” del set: fari in scena e cespugli disegnati), ma e’ proprio da questo cortocircuito che trasversalmente si apre una crepa per far sgorgare il cinema, con quella potentissima apparizione finale dell’adolescente sedotta e della sua macabra cartolina, un segno di cinema di quelli purissimi e portentosi.
Quello che sentiamo, quello che vediamo, quello che e’ in campo, quello che rimane fuori: magari a qualcuno farebbe bene segnarsi qualche appunto della lezione…