BERLINALE 64 – Felice chi è diverso di Gianni Amelio (Panorama Dokumente)

paolo poli in felice chi è diversoCertamente con le migliori intenzioni. Ma con un effetto quasi boomerang. Il viaggio di Gianni Amelio per l'Italia che ha raccolto diverse testimonianze in giro per l'Italia di persone che raccontano il modo diverso con cui hanno dovuto affrontare la propria omosessualità, appare un lavoro estremamente datato già nell'approccio: testimonianze, filmati di repertorio, pagine di giornali e un tocco di 'commedia all'italiana' con la scena in cui Trintignant e Gassman vanno dai parenti del primo e la prima persona che vedono è 'Occhio Fino". Ma non è solo questo aspetto demodé (con lo spirito di quei viaggi-documentari della Rai degli anni '70) che potrebbe dare a Felice chi è diverso (il titolo da una poesia di Sandro Penna) anche un suo nascosto fascino. Il problema più grande è proprio il suo essere profondamente anonimo, lontano dalle storie che racconta che appaiono alcune quasi come ciak di troppo e intriso di un aneddotica (John Gielgud che ha rimorchiato un poliziotto in borghese nel bagno) e voci (la presunta bisessualità di Andreotti) che rischia anche di essere confusa per gossip.

Se l'Italia dell'ultimo Amelio è quella di L'intrepido, non ci si sorprende che la rappresentazione dell'omosessualità sia quella di Felice chi è diverso. Dove le voci dei protagonisti sono slegate e in qualche caso il proprio racconto rischia la recitazione, con inserti in cui sembra partire un altro documentario a parte sulla vita di Pasolini. Dove anche i personaggi più famosi (Ninetto Davoli, John Francis Lane, Paolo Poli) affrontano il tema mettendo però in testa il proprio 'io' che sembra superare l'autobiografismo. E quindi il cerchio che dovrebbe essere ampio invece appare circoscritto, impermeabile e limitante.

Il suo essere anonimo riguarda anche la mancanza di didascalie sui personaggi che parlano. Chi sono?. La condizione affrontata poi è solo quella maschile e non ci sono donne (tranne una brevissima comparsa) e non ci sono giovani. Poteva essere in questo senso un progetto coerente se tutto il lavoro si fosse concentrato interamente su come era vissuta l'omosessualità una volta rispetto ad oggi. Ma allora perché inserire l'ultima testimonianza del ragazzo che sembra proprio una soluzione di montaggio dell'ultimo momento? C'è solo un vero sussulto in quell'intervista choc a Umberto Bindi, materiale che ha in sé una forza tale da esprimere da solo tutto quel senso di isolamento che nel film è invece molte volte sfocato.