BERLINALE 64 – Historia del miedo, di Benjamin Naishtat (Concorso)

historia del miedoUn elicottero sorvola un grande parco punteggiato da ville di lusso. Dall'altoparlante vengono minacciando dure contromisure contro chi continua ad appiccare fuochi in prossimità delle abitazioni. Cambio di scena. Un ragazzo in un fast food comincia a assumere un comportamento strano, si rannicchia, s'accartoccia su se stesso, manda in fuga gli avventori. Una guardia riesce a bloccarlo con l'aiuto di un altro ragazzo, che, tra l'altro, lavora come giardiniere proprio nel parco dei ricchi.

Inizia così Historia del miedo e sembra di essere piombati in un'altra fatale storia sci-fi sulla fine del mondo, un altro Eternauta di invasioni, contagi, purghe e strade deserte (come nell'ultimo fenomenale film di Fruit Chan, qui a Berlino nella sezione Panorama). Ma Benjamin Naishtat, al suo esordio nel lungometraggio, dopo una fortunata serie di corti, riporta tutto a una dimensione più concreta, che rifugge per di più, da un'idea di racconto chiuso. Senza portare avanti fattivamente alcuna storia, sfiorando appena una serie di personaggi collegati e colti in momenti quotidiani, apparentemente privi di una valenza narrativa, Naishtat riesce a isolare e espandere fino all'inverosimile una sensazione diffusa. Una paura indefinita che è il punto focale di quella crisi che manda in squilibrio la contemporaneità. E che diventa a un tempo la linea di separazione e l'elemento unificante tra le varie classi sociali, in Argentina e non solo. I ricchi rinchiusi nel loro mondo separato dal cuore ribollente e malato della città, decisi a difenderlo a ogni costo eppur timorosi di ogni minimo segnale d'infrazione. E i poveri, terrorizzati dalla loro impotenza, che si nascondono nel silenzio della loro frustrazione, mentre covano una rabbia che pare difficilmente gestibile. È quella sensazione che si produce tra il disagio e l'impossibilità, tra l'ignoto e la percezione imperfetta. E che poi si espande in scariche di violenza fisica e verbale, in rotture che contribuiscono ad alimentare ancora più la diffidenza e il terrore. Ma quel che colpisce è come Neishtat non costruisca questa sensazione su un impianto metaforico, come se si trattasse di un The Village più spiccatamente politico-sociale, ma su una rassegna di piccoli momenti di tensione, via via crescenti. L'allarme impazzito di una casa, un ascensore che di blocca, un temporale violento, una rete di recinzione tagliata, un blackout improvviso, fuochi d'artificio, una sparizione, spari e urla nel buio. La quotidianità della paura, su cui s'instaura anche la pratica artificiale della produzione di "immagini", le notizie dei TG, i vecchi filmati continuamente visionati e rimontati da Camilo. Ed è proprio Camilo, in un certo senso, a relativizzare tutto quello che si vede, denunciando il gioco al massacro del meccanismo cinematografico, con quella specie di interrogatori/provini cui sottopone alcuni dei protagonisti del film (e che ricordano le pratiche metacinematografiche del corto Historia del mal). E se fosse lui l'artefice di tutto? Questa paura è reale o è proiettata?