BERLINALE 64 – Incontro con Diego Luna e il cast di César Chávez

Diego Luna presenta a Berlino César Chávez, il film-documentario sull’attivista statunitense di origine messicana. Presenti in sala anche gli interpreti Michael Peña, America Ferrera e Dolores Huerta, fondatrice insieme a Chávez del National Farm Workers Association.

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Come è nata l’idea per questo film?

Diego Luna: Essere qui è un sogno per me e dietro questo momento c’è tanto lavoro e tanta attesa. Mio figlio è nato a Los Angeles, ma io sono di origine messicana, quindi volevo fare un film che rappresentasse ciò che César Chávez ha significato per la comunità messicana negli Stati Uniti. Volevo dare la prospettiva di un messocano-americano, e fare un film dal punto di vista dei messicani. La storia che dice molto su ciò che siamo e Cesar è qualcuno che ispira ogni giorno la gente. Ci sono persone come Dolores che sono ancora lì e che lottano ancora oggi per cambiare le cose.

Nel film è emersa la parte migliore di questo personaggio, in un certo senso ha toccato la sua anima. Era questa l’intenzione originaria?

Diego Luna: In realtà non volevamo idealizzare il personaggio o creare un santo, ma mostra il cambiamento, ispirare gli altri e sensibilizzarli su quella che è la responsabilità di essere un cittadino.

Come è stato lavorare in questo film per i personaggi femminili?

Dolores Huerta: Le persone devono capire che hanno un ruolo importante nel cambiare le cose. Bisogna chiedere alle persone di partecipare alla vita politica per risolvere la crisi. Tutto ciò che possiamo fare è organizzarci ed è nostro dovere farlo. C’è ancora molto da fare nel nostro paese, e questo film ispira le persone ad agire per cambiare le cose.
America Ferrera: Volevamo mostrare il ruolo delle donne in questo movimento di cambiamento sociale. Diego mi ha chiesto di interpretare questo personaggio e per me è stato un grande onore. Il mio personaggio infatti ha un ruolo critico di partner nella vita e nel movimento e credo che la scelta di non far scomparire le donne nella storia si quanto mai corretta.

Perché il film termina in un determinato momento storico?

Diego Luna: È difficile parlare della vita di qualcuno in due ore, quindi ho scelto i dieci anni che mi sembravano più significativi. Volevo parlare di come sono iniziate le cose e il boicottaggio. C’è tanto da dire, ci sono molte voci, e molte angolazioni da cui si può raccontare un evento storico. Ma lo scopo di questo film non è solo informare, ma per stimolare il dibattito. Ci sono diversi punti di vista e diverse prospettive, io ho scelto di mostrare un padre e un figlio, tutto qui.

Per fare il film sono state fatte molte ricerche. In questo percorso ha scoperto qualcosa che non si aspettava?

Diego Luna: Ciò che avevo in mente era di raccontare la storia di una persona normale che ha fatto cose straordinarie. Durante le ricerche e osservando la comunità messicana-americana ho scoperto che ci sono ancora molti pregiudizi sul loro stile di vita. Per esempio ascoltano la musica jazz piuttosto che quella messicana, e parlano spagnolo solo con i genitori, mentre con i figli parlano inglese. Mi sono reso conto che non sappiamo nulla sui messicani americani e con questo film ho voluto portare l’attenzione su questa comunità in continua crescita.