BERLINALE 64 – Kraftidioten (In Order of Disappearance), di Hans Petter Moland (Concorso)

Nils Dickman sembrerebbe avere una vita perfetta. L'uomo, infatti, oltre a una moglie che lo ama e un figlio che lo rispetta, ha anche la riconoscenza della popolazione della sua piccola città nella glaciale provincia norvegese che, apprezzando il suo fondamentale lavoro da spazzaneve, lo ha premiato come cittadino dell'anno. Questo castello di sicurezze e illusioni, però, si frantumerà presto con la morte misteriosa del ragazzo, ucciso da un'overdose. Da questo evento la vita di Nils precipiterà in una voragine di violenza e rancore, alla ricerca disperata di una vendetta personale. La trama del nuovo film di Hans Petter Moland, tornato in concorso a Berlino quattro anni dopo En Ganske Snill Mann, sulla carta potrebbe passare per un nuovo, banale, thriller scandivano, un'opera dura sul dramma morale ed emotivo di un uomo solo. E le primissime sequenze, con l'inarrestabile ossessione di Stellan Skarsgard che prende piede tra le nevi sempiterne, andrebbero in pieno in quella direzione, verso lo slasher/revenge movie. La svolta, però, arriva presto, quando Moland, stanco di giocare a confondere il proprio pubblico, si toglie la maschera del serioso per dirottare la sua storia nel pieno della commedia. Sin dalla divertente trovata di presentare i suoi assurdi personaggi in un rigoroso ordine di scomparsa, Kraftidioten mette in chiaro da che parte vuole stare. Guardando apertamente al cinema dei fratelli Coen (da Fargo a Burn After Reading) Moland unisce con coerenza la commedia demenziale al nero più sanguinoso, divertendosi a caratterizzare una folle e violenta serie di personaggi, tra cui spiccano un tradizionalista boss serbo (un Bruno Ganz in forma) e il vanesio e vegano kingpin della criminalità norvegese. Dello stesso stile derivativo è anche l'attenta scrittura, riuscita sia per sviluppo narrativo (semplice ed efficace) sia per dialoghi (le riflessioni sugli stupidi "alias" dei gangster), dimostrando anche un'attenzione ammirevole per la narrazione. Forse Moland si fa prendere troppo spesso la mano con esagerazioni e ripetizioni un po’ ridondanti. Sono i rischi del mestiere quando si cerca di essere spietati senza mai prendersi sul serio.