BERLINALE 64 – La tercera orilla (The Third Side of the River), di Celina Murga (Concorso)

Sembra iniziare con una classicissima “scena primaria” il nuovo film dell'argentina Celina Murga, “benedetto” dal nume tutelare di Martin Scorsese tra i produttori esecutivi dell'opera: il piccolo Esteban sbircia dal vetro smerigliato della camera da letto il padre e quella che pensiamo essere la madre fare l'amore in silenzio mentre i figli giocano nell'altra stanza. Solo che subito dopo l'uomo torna a vivere in un'altra casa, con un'altra moglie, portandosi dietro il bambino. Jorge ha due famiglie, è un medico rispettato ma anche un tipo pieno di strani traffici, ha un ranch in campagna con parecchi animali, una macchina grossa, e una maniera decisamente arcaica di comportarsi da padre con Nicolás, il fratellastro adolescente di Esteban: portarlo a caccia e insegnargli a badare alla fattoria, spingerlo a corteggiare le ragazze in un night club, trovargli un lavoretto a forza nella clinica dove lavora, quando al ragazzo interessa soprattutto andarsene in giro nella notte a fare l'alba con gli amici.

Nicolás, dal fatto suo, è un teenager silenzioso e impulsivo, capace di grandi gesti d'amore e di violenza: canta al karaoke con la dolcissima sorella Andrea (Irina Wetzel, lucente), che sta per compiere 15 anni, e balla un valzer con lei alla sua festa di compleanno (sono le due sequenze più belle e apertamente sentimentali del film, e purtroppo Celina Murga non ha il coraggio di lasciarle esplodere del tutto e malauguratamente le contiene, tranciandole anche troppo presto). Poi però le suona di santa ragione ai bulletti che durante la ricreazione si prendono gioco di Esteban, e pure ai fratelli più grandi dei ragazzini prepotenti. Ovviamente, pensa al patricidio più e più volte, come intuiamo dalla rabbia che gli vediamo trattenersi muta sul volto tremante (il giovane protagonista Alian Devetac ha un primo piano strepitosamente bellocchiano, à la Lou Castel come si intuisce): alla fine decide di liberare tutti dalla oppressiva tirannia sottotraccia, basata sostanzialmente sull'arroganza degli oggetti (regali di lusso e alte somme di denaro elargiti con generosità), del viscido Jorge, nella maniera più spettacolare.

Celina Murga gioca così di porte socchiuse e emozioni sibilate tra i denti, di lunghe sequenze in cui la tensione sembra stare per raggiungere il punto di rottura, puntualmente reiterato, e frammenti di una quotidianità di serenità apparente: è brava a raccontare più di tutto l'adolescenza come un nascondiglio sotto il letto, un rifugio ristretto da cui sbirciare l'incomprensibile, orrendo mondo degli adulti come dal finestrino dell'auto di un amico mentre stai cazzeggiando con i tuoi coetanei. Ma il film non le sfugge mai davvero dalle mani – è chiaro che si tratti di una precisa scelta estetica, ma il rischio è di evitargli così di vibrare quanto dovrebbe, quanto cioè vibrano i 17 anni: anche il fuoco dell'atto definitivo è un fuoco lento, porta con sé sicuramente la potenza del finale, ma non la lascia sfavillare del tutto.