BERLINALE 64 – The Two Faces of January, di Hossein Amini (Berlinale Special Gala)

Atene 1962. Tra le rovine dell'Acropoli, il giovane americano Ryder, scappato dai fantasmi del passato, si guadagna da vivere facendo la guida turistica per ricche studentesse. La sua routine, però, è interrotta dall’incontro accidentale con il maturo Chester e la bellissima Colette, una coppia di ricchi connazionali, sbarcati in Grecia con un segreto da nascondere. L’attrazione verso i due americani porterà il giovane a seguirli nella loro fuga dalle autorità, scivolando in un’inarrestabile discesa verso una tragedia annunciata. Tratto dall’omonimo romanzo di Patricia Highsmith (già adattata per il grande schermo da Alfred Hitchcock, Wim  Wenders e Liliana Cavani), The Two Faces of January segna l'esordio dietro la macchina da presa di Hussein Amini, il celebrato sceneggiatore del Drive di Nicolas Winding Refn. Sbarcato alla regia dopo tanti anni di sceneggiature, Amini cerca di intraprendere una propria strada personale, confezionando un thriller d’epoca alla vecchia maniera. Lontano anni luce dallo stile elaborato dei suoi registi (pensiamo a Refn o al mestierante Rupert Sanders) lo sceneggiatore iraniano guarda piuttosto ai colori pastello di molti gialli da cartolina, usando Il Talento di Mr. Ripley come chiaro punto di riferimento. Il film di Amini compie con la Grecia, la stessa operazione estetica che Minghella fece, nel 1999, con l’Italia degli anni cinquanta (Max Minghella, non è un caso, figura nei credits come executive producer).

Con la solita attenzione verso paesaggio, le immagini stereotipate degli indigeni, i monumenti riconoscibili messi in bella mostra, regista vuole semplicemente portare a casa solo un’ottima confezione, perdendo per strada il gusto per la narrazione e il senso della suspance, errore imperdonabile per uno scrittore della sua esperienza. La tensione psicologica tra i tre protagonisti, ben accompagnata dall’ottimo score di Alberto Iglesias, sembra quasi imprigionata sotto il mantello estetizzante del regista. Se la bella Kirsten Dunst e Oscar Isaac sono vittime innocenti e impotenti di queste catene visive, l’unico che prova a ribellarsi è il buon Viggo Mortensen che, con i suoi deliri paranoici e le sue sbronze violente, cerca di migliorare la situazione. Purtroppo anche lui, dopo una lunga e disperata corsa tra i vicoli del Bazar di Istanbul, dovrà arrendersi a una pellicola dalla trama esile, troppo attenta alla ricerca di una perfezione estetica vintage per ricordarsi di avere bisogno, soprattutto, di un cuore.