BERLINALE 65 – Big Father, Small Father and Other Stories, di Phan Dang Di (Concorso)

big father, small father and other stories

Lo stile del giovane regista vietnamita è coraggiosamente personale, lavora sulla rottura degli schemi, quelli sociali, quelli dei generi, fa barcollare gli equilibri, passando dai toni più scanzonati ai drammi interiori, dalla fibrillazione più frastornante alle sospensioni “autoriali”, dalla sensualità prorompente dei corpi, delle pelli umide, dei controluce alla purissimo pudore dei gesti

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big father, small father and other storiesÈ dall’acqua che parte tutto. Dalla prospettiva di una barca che risale il fiume, quella del padre di Vu, un tipo duro, con la faccia dura e i modi spicci, una specie di patriarca innamorato dalla famiglia. È sull’acqua che vive Vu, che si è stabilito con un gruppo di amici su una barca sullo sponde del Mekong. È l’acqua a far sfondo alle sue fotografie, con la nuova macchina regalatagli dal padre. È l’acqua a far da cornice alle avventure di una piccola gang sconclusionata che vive di espedienti, che cerca di far soldi con trucchi e traffici più o meno legali, più o meno tollerati. Tra puttane, droghe, risse, corse a perdifiato, canzoni suonate tra i tavolini di un “ristorante”, scommesse, fabbriche folli, persino la rinunzia alla propria capacità procreativa in cambio del contributo statale. Ed è nell’acqua che finisce il cellulare, un Motorola – siamo negli anni ’90 – di uno dei ragazzi del gruppo, dando il via a una delle scene più esilaranti e tenere del film. Ma soprattutto è l’acqua a rappresentare meglio di ogni altra cosa la fluidità dei sentimenti, che s’insinuano, si infrangono sugli argini, per poi scavarsi comunque la strada, inarrestabili, mescolandosi alla terra, riplasmandola nel fango. Materia in liquefazione o fluido che si solidifica. Acqua che evapora dai corpi, dal sudore e si trasforma in umidità, acqua sospesa nel cielo, nell’atmosfera, liquida appunto, sognante.

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big father, small father and other storiesEsattamente come se fosse fatto d’acqua, il cinema di Phan Dang Di esonda in continuazione, smarcandosi costantemente dal punto di vista del protagonista. Punto di vista decisivo, certo, poi che dalle sue fotografie sembra prendere in qualche modo vita la trama delle storie, ma sempre nullo senza l’incontro con lo sguardo degli altri: quello di Thang, il leader del gruppo, sfrontato e seduttore, il suo vero amore segreto, quello della splendida Van, che balla nei night club e lambisce la libertà nella droga, quello sperso della giovane donna che accompagna Mr Sau, il patriarca. Ecco, Big Father, Small Father and Other Stories è davvero un film corale, nonostante la sua decis intimità. Ed è per questo che incrocia magicamente la rotta di collisione tra le verità più profonde e segrete degli individui, delle persone con il quadro di un tempo difficile e di un mondo in trasformazione. Quasi ci trovassimo di fronte a un film della new wave taiwanese, a un Edward Yang, un Hou Hsiao-hsien. Ma lo stile di Phan Dang Di è coraggiosamente personale, lavora sulla rottura degli schemi, quelli sociali, quelli dei generi, sessuali e cinematografici, fa barcollare gli equilibri, passando dai toni più scanzonati ai drammi interiori, dalla fibrillazione più frastornante delle risse in strada alle sospensioni “autoriali” delle splendide sequenze ambientate sul delta del Mekong, dalla sensualità prorompente dei corpi, delle pelli umide, dei controluce alla purissimo pudore dei gesti. Forse questa rottura produce eccessi che vanno oltre le intenzioni, smarginano le trame già esili della storia. Ma è proprio nei momenti in cui l’inquadratura si sbilancia di più che si aprono punti di fuga meravigliosi. Basta una botta in testa imprevista, la fiammata fuori controllo di un bambino mangiafuoco e la vita irrompe nel cinema. Fino a espanderne i confini, come avesse la forma di cerchi nell’acqua.

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