BERLINALE 65 – Un successo preventivo

berlinaleA poche ore dall’inaugurazione ufficiale, con il film d’apertura della Coixet, Nadie quiere la noche, la 65ª Berlinale scalda i motori, nonostante il freddo sferzante di questi ultimi giorni. Tra il Berlinale Palast e il quartier generale dell’Hyatt Hotel, è tutto un fervore di lavori, tra operai, tecnici ed elettricisti, mentre intorno a Potsdamer Platz la città sembra sospesa in una dimensione di silenzio, ghiaccio e nevischio. Il cinema non fa alcun rumore. Eppure, sulla carta, questa è una delle edizioni più interessanti e promettenti degli ultimi anni. Ai nastri di partenza del concorso ufficiale una batteria di grandi nomi tale da far impallidire l’ultima Mostra di Venezia. A cominciare dall’attesissimo Malick di Knight of Cups, con Christian Bale, Cate Blanchett e Natalie Portman (e dopo varie voci, pare che il buon Terrence sarà qui a Berlino ad accompagnare il film). Non meno atteso Queen of the Desert di Werner Herzog, storia di Gertrude Bell, scrittrice e spia al centro degli avvenimenti degli anni ’20, con un altro grande cast: Nicole Kidman, James Franco, Robert Pattinson.

Dopo lo splendido Close Courtain, torna (idealmente) a Berlino anche il semiclandestino Jafar Panahi con Taxi, che, scommettiamo, lascerà un’altra vibrante traccia del suo cinema teorico e politico. Come quello di Pablo Larraín, che arriva in concorso con El club. Al loro fianco, Alexey German Jr., che, sette anni dopo Paper Soldier, torna con Under Electric Clouds, film in sette episodi sulla “condizione spirituale” della Russia contemporanea. E ancora l’incontenibile Jiang Wen, regista e interprete di Gone With the Bullets, ambientato nella Shanghai degli anni ’20. Per gli amanti del genere, poi, c’è Peter Greenaway, con Eisenstein in Guanajuato, ispirato alle vicende del maestro sovietico alle prese con Que viva México.

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Per l’Italia, l’unico titolo in competizione è Vergine giurata, primo lungometraggio di Laura Bispuri, regista che si è fatta conoscere con i corti Passing Time e Biondina. A completare il quadro del concorso Bill Condon con Mr. Holmes, Benoit Jacquot (Journal d’une femme de chambre), l’inglese Andrew Haigh (45 Years), Aferim! del rumeno Radu Jude, Andreas Dresen (As We Were Dreaming), Ma?gorzata Szumowska (Body), Patricio Guzmán (The Pearl Button), Phan Dang Di (Big Father, Small Father and Other Stories), Oliver Hirschbiegel (Elser), Jayro Bustamante (Ixcanul), Sabu (Chasuke’s Journey), Sebastian Schipper (Victoria).

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Fuori concorso, altri due film molto attesi. Cinderella, ennesima versione della favola dei fratelli Grimm, reinterpretata da Kenneth Branagh. E poi, soprattutto, Every Thing Will Be Fine, di Wim Wenders con Charlotte Gainsbourg, Rachel McAdams e l’onnipresente James Franco. E proprio a Wenders la Berlinale dedica un omaggio con una retrospettiva (parziale) dei suoi film.

 

Nella sezione Panorama, fatta tradizionalmente di alti e bassi, titoli mediocri e scoperte folgoranti, spiccano a una prima occhiata i nomi di Hal Hartley con Ned Rifle, il taiwanese Chang Tso-chi con Thanatos, Drunk, e, nell’area “Dokumente”, Jan Soldat, che prosegue la sua esplorazione del feticismo con Prison System 4614, e Walter Salles, che dopo l’anteprima al festival di Roma, ripropone il suo splendido ritratto Jia Zhang-ke, A Guy from Fenyang.

Nell’altro laboratorio, Forum, i nomi di spicco sono quelli di Guy Maddin che, con Evan Johnson, firma The Forbidden Room, dei rigorosissimi Joaquim Pinto e Nuno Leonel che presentano Rabo de Peixe, dell’imprevedibile Antoine Barraud con Le dos rouge e di Vincent Dieutre, che continua il suo personalissimo “viaggio in Italia” con Viaggio nella dopo-storia, vero e proprio omaggio al capolavoro di Rossellini, riletto in chiave autobiografica. Sempre in Forum, un altro titolo italiano, Il gesto delle mani, di Francesco Clerici, documentario che si concentra sulla storia e il lavoro della Fonderia Artistica Battaglia di Battaglia. Un altro esordio al lungometraggio, come quello della Bispuri. Due giovani autori che si affiancano al maestro Ermanno Olmi, il cui ultimo splendido Torneranno i prati verrà riproposto in Berlinale special, stessa sezione in cui si potrà rivedere The Look of Silence di Joshua Oppenheimer. È solo una indicazione di percorso, una mappatura alla cieca. Non mancheranno le sorprese, le deviazioni, come è normale in un’offerta tanto ampia. Quel che resta da capire è se, finalmente, proprio in questo caos di titoli e sezioni, la Berlinale saprà offrire un discorso coerente, un quadro del presente e del futuro.