BERLINALE 65 – Under Electric Clouds (Pod electricheskimi oblakami), di Alexey German Jr (Concorso)

Film stillsCircolavano tante storie, alcune leggendarie, sull’hang, strumento musicale a percussione prodotto artigianalmente in Svizzera, e che dalla seconda meta’ degli anni 2000 ha conosciuto una piccola ma curiosa notorieta’ tra i musicisti di giovane generazione. Si raccontava che per poterlo acquistare bisognava spedire una lettera d’intenti per convincere i costruttori, i quali se impressionati rispondevano con un invito nella loro casa-laboratorio, e solo dopo aver incontrato il pretendente di persona prendevano la decisione definitiva sull’affidargli o meno uno dei loro manufatti a forma di disco metallico (mi raccontavano tutto questo, o quello che ne ricordo oggi, i fenomenali ragazzi di Progetto Hang, qualche anno e un paio di vite fa).

Cosa c’entra l’hang con le nuvole elettriche di Alexey German Jr dovrebbe esservi a questo punto gia’ chiaro, al di la’ del fatto che un suonatore di hang compare sul serio ad un certo punto in una delle scene affollate di passaggi di uomini e donne e voci e suoni e rumori che costituiscono il film. Mettiamola cosi’: German Jr vuole incontrarci di persona nella sua landa desolata, incrociare il nostro sguardo mentre vaghiamo dispersi ai piedi di un edificio mai finito, confondendoci tra le mille storie che ne hanno costruito le fondamenta, come un cantiere stregato popolato da fantasmi che troveranno pace solo quando i lavori saranno portati a termine, e il termine non c’e’, o almeno non c’e’ piu’. E quando questo cinema ti guarda negli occhi non puoi fare finta di niente, distrarti con il traffico indomabile di apparizioni sullo sfondo (se ancora di sfondo si puo’ parlare in questa concezione del set, della prospettiva, dello spazio-tempo dell’inquadratura), per sperare di farla franca come un pedone sulla scacchiera.
Film stillsSara’ pur vero che i movimenti complessissimi dell’occhio volatile di German disegnano puntualmente una traccia circolare, sferica (come la forma dell’hang…), ma e’ altrettanto fondamentale non scappare dal fatto che il punto di arrivo del disegno del cerchio siamo puntualmente noi (poi, certo, per gli amanti del linguaggio cinematografico, si tratta di una “falsa soggettiva” per cui il personaggio a cui gli sguardi in macchina si rivolgono si svela dopo un attimo entrando in scena dalle quinte, come volete).

Siamo un’altra volta dalle parti della Mostra d’Arte Suprematista a beneficio dei Nenets nel film-saggio chiave di Alexsej Fedorchenko, Angels of Revolution (Malevich e’ l’artista piu’ citato tra i dialoghi, zeppi anche loro di invocazioni di nomi e corpi e allucinazioni), o della galleria di verticali pericolose eseguite sulla testa delle statue dei rivoluzionari che formava l’ossatura del Touch of Sin di Jia (li Mao, qui Lenin, va senza dire).
Sette “episodi”, minime costruzioni narrative intorno allo scheletro di questo palazzo mai ultimato, all’architetto che lo ha disegnato, ai figli del proprietario (“era come un dio”…) che lo hanno ereditato, al monumento-museo che potrebbe diventare in futuro, alle persone che lo hanno “occupato” per viverci o rifurgiarvisi…ma a raccontarla cosi’ state sicuri che l’invito a visitare i costruttori dell’hang non ci arriva di sicuro.

Qua si tratta di capire in che lingua scriverla, questa lettera. E che lingua si parli Under electric clouds e’ un mistero sin Film stillsdall’inizio, non solo perche’ le “comparse” spesso si esprimono in idiomi di provenienza sconosciuta, ma soprattutto perche’ il primo nostro sforzo e’ tutto per un balbettante e smozzicato “io parla. E siamo punto e daccapo.
Sapete qual e’ la cosa piu’ curiosa che riguarda l’hang? Non esiste un modo unico di suonarlo, un manuale incontrovertibile di istruzioni su cosa farci e su come farlo. Ogni suonatore di hang sperimenta una sua tecnica per tirare fuori dei suoni da quella specie di modellino di ufo, ma quello che accomuna tutti i brani per hang che trovate la’ fuori e’ la tendenza a lavorare per loop, onde concentriche, ripetizioni di cellule ritmiche in strutture affastellate e infinite.

E’ chiaro che stiamo parlando di ascensione, di trasmigrazione: Under electric clouds, se decidiamo di affrontarlo sul serio nel suo straziante dolore, e’ un canto mistico intonato da German per aiutare l’ascensione di un'anima, che non tardiamo a riconoscere essere quella del padre Alexey. Tutte queste storie di mancanze e spettri e liberazioni e ostaggi vivono dentro allo stesso vuoto, come la pancia del cavallo di Troia di ferro lasciato sulla spiaggia e trascinato nel finale dalla figlia: quali paper soldier usciranno di notte dal suo ventre?
German non ha intenzione di chiudere il cantiere e completare quella torre lasciata a meta’ nel suo tendersi verso il cielo, nessuna cupola o tetto, come I 13 anni impiegati dal padre per realizzare Hard to be a god, di cui in Under electric clouds vediamo una riproduzione in scala gioco-di-ruolo tra ragazzi in costume medievale.
Il senso di questa magnifica e ultraterrena “opera aperta” e’ tutto nel considerare l’idea di incompiutezza (propria del tentativo di suonare uno strumento per cui non esistono partiture) come un immenso atto d’amore nei confronti della vita, della tensione che ci spinge (noi e la mdp di German) ad avvicinarci agli altri, in qualunque dimensione essi si trovino: cosa vuoi che ti dica, non posso piu’ aiutarti, io sono morto.