BERLINALE 76 – È colpa mia, perché non prendo posizione
Un’edizione iniziata e finita nel segno di un’isteria ideologica e di polemiche che non hanno sfiorato affatto le scelte di direzione artistica. Eppure l’impressione è di un festival in crisi
C’era bisogno di qualche giorno prima di tracciare un bilancio della Berlinale 76. Un po’ per rimettere ordine tra le visioni e recuperare le ultime ore del film decisamente più importante e memorabile di questa edizione, Black Lions – Roman Wolves di Haile Gerima. E un po’ per seguire gli sviluppi del caso politico scoppiato intorno alla direzione di Tricia Tuttle nei giorni immediatamente successivi alla fine del festival. Quando dalle pagine di Bild si è diffusa la notizia di un suo possibile allontanamento, su pressione del governo tedesco e soprattutto del ministro della cultura Wolfram Weimer. Secondo cui la direttrice artistica non avrebbe saputo “tenere a bada” le dure critiche mosse durante la serata di premiazione al sostegno tedesco nei confronti di Netanyahu. In particolare dal regista siro-palestinese Abdallah Alkhatib che, nel ritirare il premio della sezione Perspective per Chronicles From the Siege, ha accusato il governo tedesco di essere “partner del genocidio di Gaza da parte di Israele”. Dopo giorni di riunioni, nonostante la pressione di Weimer, il consiglio di sorveglianza della KBB, l’ente che organizza il festival, ha appena confermato la propria fiducia in Tricia Tuttle. Ma con una nota ambigua “abbiamo anche ricevuto raccomandazioni, piuttosto che condizioni, relative al mantenimento del rapporto di lavoro di Tuttle. La loro valutazione e la loro eventuale attuazione spettano ora alla Berlinale, che le esaminerà attentamente”. La situazione, insomma, non sembra ancora pacifica. Tanto è vero che ancora ieri mattina è stata diffusa una lettera firmata da 32 direttori di festival internazionali, da Cannes al Sundance, da Rotterdam a Locarno, a supporto della direttrice della Berlinale: “Sostenere la vera libertà di espressione, inclusa la libertà di esprimere opinioni imperfette o impopolari, non è mai stato così importante. Dobbiamo mantenere spazi in cui il disagio venga accolto, dove i dibattiti possano essere ampi e dove prospettive inaspettate siano rese visibili”.
Tutto a riprova del clima teso di un’edizione che si è aperta e si è conclusa nel segno di polemiche che non hanno sfiorato minimamente le prospettive indicate dalle scelte di direzione artistica né tanto meno le strategie e le difficoltà organizzative della Berlinale. Per toccare, invece, questioni più generali, il posizionamento dei festival nei confronti della situazione politica internazionale, la libertà di opinione, il controllo politico sui grandi eventi, ecc… Una tensione già palpabile dopo la conferenza inaugurale della giuria, con il polverone sollevato dalle parole di Wim Wenders: “i film possono cambiare il mondo, ma non in modo politico. Perché nessun film ha mai fatto cambiare idea a un politico, può cambiare il modo in cui le persone pensano la loro vita. E c’è una grande discrepanza tra come le persone vogliono vivere la propria vita e quello che pensano i governi”. Concetto ribadito poco dopo a chi chiedeva come mai il festival non avesse preso espressa posizione contro i crimini israeliani a Gaza. “Non possiamo entrare in campo politico, dobbiamo star fuori dalla politica (…) noi siamo il contrappeso della politica. Noi siamo l’opposto della politica, dobbiamo fare il lavoro delle persone, non il lavoro dei politici”. Risposte che hanno suscitato infinite polemiche e la reazione indignata di molti, a cominciare da Arundhati Roy, per arrivare a una lettera aperta firmata da oltre 80 protagonisti del mondo del cinema internazionale, che hanno denunciato la “censura di artisti che si oppongono al genocidio in corso da parte di Israele contro i palestinesi di Gaza”.
Sembra quasi che si sia ripartiti dall’eco delle discussioni emerse all’ultima Mostra di Venezia, le proteste per il mancato Leone d’Oro a La voce di Hind Rajab e gli infervorati moniti sulla necessità di un passo indietro delle “ragioni del cinema” di fronte all’urgenza del contenuto. Come se una generale isteria ideologica si fosse impadronita dal dibattito. Portando così ai processi sommari nei confronti della direttrice, per ragioni che non attengono affatto alle scelte artistiche e alla selezione dei film. Oppure a leggere in maniera semplicistica le parole di Wim Wenders. Che per quanto “elusive”, hanno ribadito un concetto sacrosanto. Il cinema non è politico nella misura in cui “prende posizione”, denuncia, punta il dito, sottolinea, stabilisce verità, ragioni e torti. Né tanto meno quando si fa inghiottire dall’urgenza del contenuto. Se si trattasse solo di questo, sarebbe ben poca cosa. No, il cinema è politico se si propone di capire la nostra vita, nel momento in cui rimette in discussione i punti di vista preimposti e i linguaggi codificati, quando riesce a tracciare la prospettiva di un altro modo di pensare e vivere il mondo. Esattamente come ha scritto Nick Cave nella sua lettera di sostegno a Wim Wenders. “Non immagino nemmeno per un attimo che Wim pensi che l’arte debba ignorare le grandi e persistenti ingiustizie del mondo. Sembra credere, come me, che usare l’arte per sensibilizzare su queste ingiustizie possa essere estremamente efficace, ma forse crede anche che l’arte sia più della somma delle sue utilità; è più di uno strumento o di un’arma. Forse crede, come me, che in fondo la grande arte esista puramente per sé stessa – e che nella sua forma più trasformativa si riveli in modo sottile, ambiguo e curioso (…). L’arte ci affascina e ci trasmette il senso dell’essere umani, ampliando la nostra comprensione del mondo e del nostro posto nel mondo: abbiamo il diritto di amare, ridere, piangere ed essere emozionati dal mondo. Questa è la generosità dell’arte: ricordarci che la vita vale la pena di essere vissuta”.
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Non è un caso che Wenders e la sua giuria, nel consegnare l’Orso d’oro a Yellow Letters di İlker Çatak e il Gran Premio a Salvation di Emin Alper, abbiano voluto riaffermare questa capacità del cinema di interrogare il presente e lasciare un segno politico attraverso le sue forme e le sue storie. Il palmarès, con le sue stesse motivazioni, ha riscritto la prospettiva di quest’edizione, come ha sottolineato Massimo Causo all’indomani della premiazione. E, tra le righe, ha ribadito una verità elementare: la visione “politica” di un festival non si misura sugli statement, le dichiarazioni di principio, su tutto ciò che accade a margine. Ma dipende misura dalle scelte artistiche, dalla coerenza di un percorso di selezione in grado di portare avanti un discorso sul cinema e sul mondo. E qua arriviamo al nodo. Perché, al netto delle polemiche, è chiaro che la Berlinale sta attraversando una crisi di identità e di posizionamento nel panorama dei grandi festival internazionali. Lo avevamo già scritto lo scorso anno, col beneficio del dubbio, visto che si era alla prima edizione del nuovo corso Tuttle. Ora questa 76 Berlinale ha confermato la sensazione di una mancanza di respiro. Dovuta innanzitutto a una serie di questioni strutturali e “strategiche” che dipendono solo in parte dalle linee di direzione artistica. L’abbandono sempre più evidente del centro nevralgico di Potsdamer Platz, che ha accentuato la delocalizzazione delle proiezioni e degli eventi in altre parti della città (riportando per molti versi il baricentro verso l’area dello Zoo). La difficoltà ormai atavica a richiamare i grandi titoli e i grandi nomi e a competere con la capacità attrattiva di Cannes e Venezia. Nonostante la presenza di star, a garanzia del red carpet, è mancato il “film evento”. Basti pensare alla selezione americana: Good Luck, Have Fun, Don’t Die di Gore Verbinski o The Only Living Pickpocket in New York di Noah Segan, per quanto apprezzabili, non rappresentano certo scelte di primo piano. Ma al netto di tutto ciò, l’impressione è di aver assistito a una selezione ufficiale compilativa. In linea con la vocazione “politica” del festival, ma ridotta alla formula standard di una rassegna “tematica”. Attenta alle sensibilità del momento, ma incerta nell’indicare linea di direzione coerente o traiettorie di ricerca fertili.
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Certo, non sono mancati i titoli interessanti. È fisiologico. In concorso Nina Roza di Geneviève Dulude-De Celles, Everybody Digs Bill Evans di Grant Gee, Soumsoum, the Night of the Stars di Mahamat-Saleh Haroun e soprattutto The Loneliest Man in Town di Tizza Covi e Rainer Frimmel, in magico equilibrio tra la purezza della forma e la densità delle sue implicazioni. O in Perspective, Light Pillow di Xu Zao. E ancora, in Special, i documentari di Sam Dunn e Tom Morello sui Judas Priest e di Sam Pollard su TUTU, il vescovo sudafricano fiero oppositore dell’apartheid e assoluto protagonista del percorso di riconciliazione nazionale. Oppure il solido thriller action The Weight di Padraic McKinley, con Ethan Hawke e Russell Crowe, uno sporco B-movie che coniuga Il salario della paura ai tempi della Grande Depressione. Ma si tratta di tracce sporadiche e disperse, incapace di tracciare un disegno generale, se non in maniera tenue, labile. Film che, in buona parte, raccontano di smarrimenti, crisi di identità e di connessione con i tempi e i luoghi. O che si concentrano su ritratti di personaggi reali e momenti nevralgici della storia recente. Ma allora è altrove, fuori dalla selezione ufficiale, che vanno ricercati i discorsi più coerenti e importanti di questa Berlinale 76. La bella retrospettiva sul cinema degli anni ’90, lungo una declinazione politica che va dal black americano (Boyz n the Hood, Bambloozeed…) ai titoli più radicali e sovversivi del cinema dell’Est Europa (Videograms of a Revolution di Haroun Farocki e Andrei Ujica, Tito Among the Serbs for the Second Time di Želimir Žilnik). O, come al solito, il programma di Forum, che nella sua libertà di esplorazione, ha saputo dare spazio alle visioni ribelli. Dalla riproposta di My Brother’s Wedding di Charles Burnett al film capitale di Haile Gerima. Black Lions – Roman Wolves, in quasi nove ora di durata, suddivise in cinque parti, ricostruisce in maniera puntuale la storia della scellerata spedizione coloniale italiana in Etiopia: i preparativi, la guerra, l’occupazione, la guerriglia di resistenza, fino alla liberazione finale. Un progetto coltivato per decenni da Gerima, con il rigore dello studioso e la passione invincibile del partigiano. Uno straordinario lavoro di riappropriazione delle immagini tra gli archivi di mezzo mondo, che sovverte la nostra falsa buona coscienza e rinsalda e celebra la memoria e lo spirito di resistenza di un popolo. Ecco cos’è davvero il cinema politico…
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