#Berlinale69 – A Portuguesa, di Rita Azevedo Gomes

Rita Azevedo Gomes è abituata al confronto con la letteratura. Da Stefen Zweig a Barbey d’Aurevilly, fino al carteggio tra i poeti Sophia de Mello Breyner Andresen e Jorge de Sena. Ora è la volta di una novella di Musil, La portoghese, una trama apparentemente “fuori registro”, in cui il medioevalismo romantico volge al decadente. Il nobile altoatesino von Ketten, “signore delle catene”, è in lotta con il vescovo di Trento per alcuni territori della diocesi. La guerra è il suo destino, da generazioni. Una specie di urgenza vitale. Intanto, però, ha preso in moglie una donna portoghese, che gli ha dato un erede e che vorrebbe godere di una vita di coppia tranquilla e felice, al di là delle assurde illusioni della politica, che “è fatta di risentimento”. Ma un anno di luna di miele è già troppo. Von Ketten deve partire per una nuova spedizione, ma prima conduce la moglie in un castello tra le montagne. Lì la Portoghese passerà anni nell’attesa degli sporadici ritorni del marito. Rimpiangendo il mare e il cielo della sua terra. E avvicinandosi, in maniera strana, ai segreti della stregoneria.

Della prosa di Musil, la Gomes restituisce quel senso distaccato del venir meno delle energie vitali, una specie di deperimento che parte dall’animo e arriva ai muscoli, sin quasi a un punto di disincarnazione. Il che, poi, trova fondamento e si articola nel rapporto tra femminile e maschile, tra i diversi umori e le differenti inclinazioni. L’uomo si consuma sul campo di battaglia pubblico, mentre la donna s’impadronisce di un’altra dimensione del mondo, notturna, amorosa e magica. E il gioco dei desideri sembra diventare inversamente proporzionale all’impossibilità dell’azione. Ma al di là di queste dinamiche, la Gomes innesta nel racconto un senso di perdita tutto portoghese, una nostalgia di tempi e terre lontane che è il sogno doloroso di un ritorno impossibile, di una distanza colmabile solo nello struggimento del ricordo o nello slancio “eretico” della fantasia e della parola. E già l’aspetto del racconto storico, quella superficie visibile dei costumi, delle scenografie, degli oggetti d’arredamento, sta lì a dimostrarlo, da sempre. È su questo punto che la Gomes compie il salto decisivo, riportando la ricostruzione, la sua apparenza veritiera, a un’astrazione della forma. Amplificata dalle infrazioni (Ingrid Carven che canta in abiti moderni, a mo’ di coro), dalla posa degli attori, dalla loro dizione più svagata che straniata, dalla loro presenza eterea, impalpabile, quasi sotto effetto ipnotico, che è un tributo alla lezione di De Oliveira. E che, ancor più, si accorda alla staticità della composizione pittorica dei quadri. Negato il movimento al cinema, tutto sembra trasformarsi in una natura morta, persone, oggetti, animali, cose. Chissà che lo stesso maestro di Bergamo, redarguito dall’eminenza che suggella il trattato di pace con von Ketten, non dipinga la sua Vergine come un tronco senza traccia di vita. Del resto, se fosse troppo sveglia e intelligente, sarebbe una puttana di Venezia… Si torna a Musil. La Storia è una natura morta, dove ogni energia si disperde senza meta. Ma nell’orizzonte piatto si accende sempre il sottile tracciato di un desiderio, di un languore che attecchisce nella noia. Ed è la donna a rimettere in moto tutto. Fino a confondersi con lo sguardo animalesco del lupo, con il fremito del coniglio, con il battito d’ali di un falco. A Portuguesa riaccende la vita con un incantesimo…

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