#Berlinale2016 – A Quiet Passion, di Terence Davies

“Se l’esigua lunghezza della vita, Sottolineasse la sua dolcezza, Gli uomini che ogni giorno vivono, Sarebbero così immersi nella gioia, Che si incepperebbero gli ingranaggi, Di quella roteante ragione, La cui esoterica cinghia, Protegge il nostro equilibrio” (Emily Dickinson)

È nel confronto tra la ragione – che per mantenersi in vita deve compiere il suo faticoso percorso di costante distruzione e ricostruzione – e il dolore e la morte, buchi neri all’interno dei quali la luce del nostro intelletto rischia di perdersi, che si muove l’ultimo film di Terence Davies, A Quiet Passion. Dopo Chris Guthrie, protagonista di Sunset Song, qui è la vita della poetessa Emily Dickinson ad essere rappresentata e come per il precedente, quello di Davies non è un film che punta all’intrattenimento. Non mostra un biopic romanzato e scorrevole, non cerca la lacrima facile, ma apre un solco nella carne per mostrarci lo spirito cangiante dei suoi personaggi, si sofferma sui volti e sugli oggetti del quotidiano, sui loro lenti, inizialmente impercettibili ma inesorabili mutamenti, per immergerci in tutti i livelli psicologici delle persone mostrate, nella stratificazione di minimi eventi che aprono a nuovi quesiti, portano a cambiamenti interiori che ne segnano i caratteri e le attitudini.

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All’inizio di A Quiet Passion la giovane Emily Dickinson è appena stata salvata dalla famiglia che l’ha ritirata da un duro collegio, e il padre le ha concesso il diritto di scrivere durante la notte le sue poesie (un equivalente di quella “stanza tutta per sé” di cui scriverà la Wolf qualche anno più tardi). Il futuro le si apre davanti in tutte le sue infinite possibilità e la ragazza esclama: com’è bella la vita! Ma il seguito del film mostra al contrario il diradarsi delle opportunità, l’inaridirsi degli affetti, la messa in discussione delle certezze, fino ad una delle scene finali, in cui una Dickinson invecchiata e stanca chiede a sua sorella: quand’è che la vita è diventata così amara? Il film dialogico e circolare di Davies pone i personaggi di fronte all’impermanenza delle cose: nulla è immutabile, anche ciò che è dato per certo come gli affetti familiari, tutto è costantemente da rimettere in discussione, da mantenere attivo e pulsante o si incrina e si spezza. a quite passionQuesta è la “quieta passione” che ci mostra Davies, un fiume tormentato che scorre sotterraneo nonostante l’apparente immobilità di una vita passata all’interno della casa paterna, circondata da pochi e strettissimi affetti. Non rimane saldo il rapporto col padre, che vediamo inizialmente difendere le idee liberali dei figli, per poi – dopo la bellissima immagine delle fotografie di famiglia che invecchiano – inginocchiarsi di fronte al prete, rappresentante di un’intangibile e temibile autorità. Il timore della morte, che come uno spirito maligno viene evocata nei dialoghi fin dall’inizio del film e perseguita i personaggi, non basta per la protagonista ad accettare quella che viene proposta come la sua cura, ossia la rassegnazione nella fede. In tal senso A Quiet Passion mostra una battaglia contro la morte in tutte le sue manifestazioni: la morte dell’intelletto tramite il cedimento e dell’etica tramite il compromesso. Lo scotto da pagare è l’irrigidirsi in un rigore che diventa intransigenza (“sono diventata come tutto quello che odiavo da giovane”, ammette durante uno scontro con sua sorella). E quando la Dickinson si ammala arrivano gli attacchi epilettici, che osserviamo come se si trattasse di una lotta tra un vuoto incomprensibile e terrorizzante e un corpo ancora pieno di forza che non accetta il suo destino. Quando la morte arriva non porta pace, nella scena della dipartita della poetessa non vi è nulla di placato: sono spasmi, occhi spalancati e sgomenti, è un grido che diventa un lamento ferino. Dopo il dolore e la fine, resta quello che Keats descriveva in Ode a un usignolo, la poesia come un canto che rimarrà e si rinnoverà più a lungo della vita dall’autrice. E “la morte non avrà più dominio”.

 

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