#Berlinale2016 – Crosscurrent, di Yang Chao

Nell’intreccio di piani è il fascino e il mistero del film, che sembra agire per spiazzamenti e trasforma i luoghi in tappe fondamentali di un percorso iniziatico. In concorso

Un viaggio lungo il corso dello Yangtze, il Fiume azzurro, dalla sua foce, a Shanghai, su su, fino a Chongqing, la diga delle Tre Gole, e ancora oltre, fino alle sorgenti sulle montagne del Tibet. Un attraversamento geografico che si snoda lungo il percorso di un racconto, in cui affluiscono altri racconti, e poi sogni, ricordi, versi, illuminazioni e oscuramenti. Il viaggio, allora, diviene necessariamente un percorso nel tempo e nell’anima, che segue anche le mille storie di luoghi magnifici e inafferrabili, sospesi in un universo “ideale” di credenze, miti e tradizioni, ben distante dal concreto realismo progettato e imposto dall’ordine. Perché non c’è una linea inarrestabile di progresso, un tragitto di navigazione sicuro. Tutto è avvolto in una nebbia profonda che sale dal fiume, nell’oscurità opaca che confonde il cielo e l’acqua, che smargina e dissolve i contorni e rende indistinguibile il fondo dalla prospettiva della superficie.

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È difficile spiegare quello che accade nel film. Perché gli eventi si perdono nei pensieri, nei sentimenti, si giustappongono alle visioni, alle ispirazioni e alle memorie. Gao Chun è chiamato alla guida del cargo capitanato per anni dal padre, ormai morto. Il suo compito è liberare l’anima del defunto. Ma, al di là dell’atto di devozione, deve anche cercare il senso del suo essere uomo, la direzione della propria esistenza. L’amore, in fondo, è l’argomento. Perché c’è una donna bellissima An Lu, incrociata lungo il cammino, che riflette il suo volto su quello delle altre, che scompare e ricompare in ogni istante, a ogni angolo del percorso, sulle sponde del fiume, su un’isola, sulle rocce di una montagna, ai margini di un bosco. Il racconto si sfalda, saltano le cause e le conseguenze. E rimane questo fantasma di Ann Lu, che si materializza negli occhi di Gao Chun e quindi nelle immagini. E sembra provenire da un altro film, da tutto un altro cinema, che è una dimensione della vita passata che si scontra con quella presente.

 

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crosscurrentEcco, forse è proprio in questo intreccio di piani il fascino e il mistero fondamentale del film di Yang Chao, che sembra agire per spiazzamenti, ritornando su alcuni luoghi ormai canonici del cinema cinese contemporaneo (la diga delle Tre Gole su tutti), ma li svincola dai loro riferimenti, dalle loro precise coordinate “storiche”, e li trasforma in tappe fondamentali di un percorso iniziatico. Entra nei ruderi di templi e di palazzi, si ferma sulle sponde. E mantiene tutta la bellezza e l’imponenza dei paesaggi, persino di quelli industriali, eppure li sovraccarica di un senso nuovo, tutto emotivo, quasi ci trovassimo di fronte a un cinema impressionista in cui il mondo si fa soggettivo. Se ci fosse consentito applicare un criterio di definizione “occidentale”, o meglio, se ci fosse consentito applicare un criterio in generale… Il punto è che questa emotività si inserisce ben presto in una concezione spirituale più profonda, in cui è il concetto stesso di tempo, e quindi di esistenza, ad essere messo in gioco, a essere ritorto, ripiegato in una dimensione in cui non conta più la linea, la traiettoria, ma in cui l’inizio coincide con la fine, la sorgente si si riflette nella foce e la foce si nutre della sorgente. Una dimensione in cui, finché il passato continua a esser presente, non c’è perdita, distacco. È solo tutto evanescenza.

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