#Berlinale2016 – Maggie’s Plan, di Rebecca Miller

Si scrive Rebecca Miller, ma si legge Greta Gerwig. Qui, forse, la presenza dell’attrice non è ingombrante e definitiva come nei film scritti e interpretati per Baumbach, in qualche modo è bilanciata e mitigata dalla carica iconica di Julianne Moore e, soprattutto, di Ethan Hawke, che benedice l’intera operazione da perfetto padre spirituale dell’indie contemporaneo. Ma il buon Ethan, conscio del nome che porta, non disdegna mai di avventurarsi nei sentieri selvaggi del cinema più muscolare e meno intelligente, di sperimentare il brivido di un genere diverso. La Gerwig sta lì, invece, come un monolite, con i suoi cappotti, le calze di lana, l’eterna aria di una marziana piombata per caso a New York, di una looser originale (qui è di famiglia quacchera) ma creativa, di una fuori schema che, comunque, sa ben trovare le scorciatoie per integrarsi. È ormai un personaggio, un tipo alleniano-truffautiano, che, seppur trova una matrice reale e una sua verità biografica, si è trasferito in una dimensione totalmente immaginaria. E perciò informa di sé i film in cui si inserisce, ne influenza in maniera profonda i toni, gli umori e anche le direzioni di lettura. Nonostante, come in questo caso, la scrittura non possa concederle l’autoreferenzialità a cui si lascia spesso andare. La Miller la mette sì al centro della narrazione – del resto è lei che orchestra il plan, che avrà conseguenze non ponderate – ma non ne fa la protagonista assoluta. Eppure i selfie sono comunque tanti, passando anche per l’omaggio a Baumbach, apertamente chiamato in causa quando si cita Fantastic Mr. Fox.

ethan hawke e julianne moore in maggie's planEcco, il punto non è quanto spazio occupi Greta Gerwig in Maggie’s Plan, ovviamente. La questione semmai è capire quanto spazio rimanga a Rebecca Miller, che, nel raccontare le difficoltà sentimentali di una generazione nevrotica e intellettuale, sembra mostrare una vena completamente derivativa. I rimandi sembrano inseguirsi all’impazzata, da Baumbach al Sebastian Silva di Nasty Baby, con il tormentone dell’inseminazione artificiale. In effetti, in questa commedia indipendente newyorkese, tranne in rari e fortunati casi ormai, è impossibile distinguere la matrice dalle copie. Probabilmente perché lo stampo ha adottato una formula all’apparenza perfetta. Mai tanto, mai poco. Tutto misurato, ben bilanciato, ben scritto, con lucida ironia. Eppur mai lanciato alla velocità di un meccanismo comico perfetto. Tutto teso a raccontare l’imprevedibilità della vita, eppur pienamente pianificato, senza sorprese. C’è la malinconia, ma non tanto. C’è la tenerezza, ma non troppo. C’è il cinema, ma non troppo.

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