#Berlinale2016 – The Commune, di Thomas Vinterberg

C’è pienamente dentro Thomas Vinterberg in The Commune. Ci sono infatti tracce autobiografiche sulla sua infanzia vissuta in una comune dove ci ha vissuto con i genitori tra il 1976 e il 1985 dalle parti di Norkborg, a nord di Copenhagen. Non c’è quindi distanza ma totale coinvolgimento. E, per certi aspetti, potrebbe essere il suo grande freddo mescolato a quel cinema sentimentale francese di ‘memorie private’ dove un’epoca è segnata dalle musiche, dagli amori e tradimenti, dai grandi conflitti e l’illusione, negli anni ’70, che la società poteva davvero cambiare.

helene reingaard neumann e ulrich thomsen in the communeErik, un professore di architettura, eredita una grande vecchia casa a Hellerup. Sua moglie Anna, una popolare presentatrice televisiva, lo convince a non venderla ma a invitare degli amici a vivere con loro per ridurre le spese. In poco tempo, circa una dozzina  tra uomini, donne e bambini va a vivere lì. Prendono decisioni collettive, discutono insieme di diversi argomenti e vanno a nuotare tutti insieme nudi. Il fragile equilibrio si rompe quando Erik si innamora di Emma, una studentessa, e anch la ragazza va a vivere con loro.

the commune Prima di portare questa storia su grande schermo, Vinterberg l’aveva già mostrata in un’opera teatrale (scritta con Mogens Rukov) e rappresentata al Burgtheater di Vienna. E The Commune è un film pericoloso perché potrebbe fregarti in ogni momento. Seduce, fa ridere e Vinterberg ci porta dietro tutto il suo vissuto. Magari lo fa anche col cuore ma usa malissimo il cinema per mostrarlo. Dai segni premonitori del bambino, alla crisi di Anna che non riesce ad andare in onda, il cineasta danese accumula elementi narrativi e dettagli per mostrare grandi crisi personali. La mano è sempre pesantissima, come Il sospetto, e non va confusa per robusta narrazione. Ma è in particolar modo una questione di punti di vista. Potrebbe essere quello di Freja, la figlia quattordicenne di Erik e Anna, soprattutto quando c’è una semi-soggettiva da dietro che guarda sugli altri. Ma è un personaggio che il cineasta abbandona e riprende e questo mostra già un’ambiguità pericolosa, non solo cinematografica ma anche morale. Ed è proprio di morale che si parla quando filma il passaggio dall’allegria alla tragedia nella parte finale trascinato Goodbye Yellow Brick Road di Elton John.

Vinterberg è sempre stato un mediocre regista. Ma, tranne Festen, il suo cinema era abbastanza innocuo. Da Il sospetto non lo è più. Gioca a barare, mescolando e nascondendo le carte. E ha dalla su sempre attori bravissimi. Lì Mads Mikkelsen, qui Ulrich Thomsen e Trine Dyrholm. Che confondono ancora di più le acque. Per questo The Commune era un film da amare e finisce per essere un film da detestare.