#Berlinale2016 – Zero Days, di Alex Gibney

Gibney ha, come sempre, la capacità di non neutralizzare il linguaggio, di trasformare la narrazione a e recuperare le potenzialità dei codici di genere, alla base della “finzione”. In concorso

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Eccoci arrivati al punto di non ritorno. L’epoca della cyberwarfare, della guerra informatica, quella preventivamente raccontata da War Games di John Badham. Ma qui, ovviamente, non si tratta della mossa sbagliata di un ragazzino. Si parla di un’operazione strategica su vasta scala che coinvolge stati, servizi segreti, agenzie governative, apparati militari, aziende leader nello sviluppo tecnologico e industriale. È l’operazione Olympic Games, all’origine del famigerato virus Stuxnet, un attacco informatico pianificato nell’era Bush e definitivamente lanciato da Obama contro l’Iran di Ahmadinejad. L’idea era di inserirsi nel sistema delle centrali nucleari iraniane, per destabilizzare il funzionamento delle centrifughe necessarie alla separazione degli isotopi e alla produzione di gas d’uranio, quindi di energia e di armi di distruzione di massa. Una volta entrato nei computer – prodotti dalla Siemens e supportati da sistemi operativi Microsoft – deputati alla regolazione della velocità di rotazione delle centrifughe, il virus incideva su questa velocità, prima innalzandola a dismisura, poi abbassandola, fino a vanificare il lavoro delle centrifughe. Un metodo dannatamente efficace, capace di restare invisibile e di cambiare concretamente la “fisica” dei processi produttivi. Appositamente progettato dai cyber esperti al servizio della National Security Agency, col supporto della CIA e l’attiva collaborazione del Mossad e dell’Unit 8200 dell’apparato militare israeliano. L’attacco parte nel 2010 e prende di mira la centrale di Natanz, distruggendo mille centrifughe. Ma l’accesso ai sistemi era avvenuto “iniettando” il virus in cinque aziende esterne che prestano servizi agli impianti nucleari iraniani. Proprio attraverso questi “corpi” esterni, Stuxnet si propaga in maniera incontrollata e viene individuato e reso noto da un’agenzia bielorussa impegnata nella sicurezza informatica. È un effetto boomerang, con Teheran che si attrezza alla situazione e manda al mondo segnali di risposta. Da quel momento è tutto un lavoro di ricostruzione, di inchieste, di commissioni, rivelazioni e omissis. Ma, soprattutto, è il principio di una guerra fredda informatica su vasta scala che ancora non conosce regole d’ingaggio, accordi e prospettive.

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zero days2Alex Gibney si fa carico di raccogliere tutte le informazioni possibili sull’argomento, a partire dalle tracce seguite dalle inchieste del New York Times e dalla rivelazioni di Edward Snowden. Come al solito il lavoro di ricerca, coordinato da Javier Botero, è da manuale: immagini, archivi e poi la voce di esperti, responsabili, di personaggi che all’epoca ricoprivano i posti chiave. Fino al colpaccio, grazie alla solita deep throat all’interno della NSA, che rivela come Olympic Games fosse solo il preliminare di un’operazione su più larga scala, Nitro Zeus, da avviare nel caso in cui i negoziati sul nucleare tra Washington e Teheran non avessero portato a nessun accordo. Un attacco coordinato a tutte le più importanti infrastrutture iraniane, dai trasporti alle forniture di servizi, fino ai sistemi di controllo dell’aviazione militare. Un attacco informatico capace di incidere in maniera concreta e devastante sulla vita di milioni di persone. Ecco il punto in cui la realtà sembra farsi fantapolitica. Se nei documentari “musicali” Gibney rimane sul biografico e lavora sulle corde del sentimento per sfiorare la “verità” precaria dei personaggi, nelle inchieste la verità è un dovere, un obiettivo che non può essere mancato. In un certo senso, il risultato ottenuto deve superare di gran lunga il percorso e la forma potrebbe diventare irrilevante. Ma Gibney ha, come sempre, la capacità di non neutralizzare il linguaggio, di trasformare la narrazione a seconda dell’argomento, recuperando le potenzialità dei codici di genere, alla base della “finzione”. Zero Days raccontando le possibili, devastanti ricadute sulla realtà di azioni che attraversano un mondo completamente smaterializzato, ragiona anche sull’evanescenza dell’immagine che si libera sempre più della zavorra della materia, del peso dei corpi e delle cose. Fino a dissolvere nella confusione dei pixel la sua confidente principale, che in realtà si rivela un’attrice “qualunque”, chiamata a veicolare semplicemente una serie di informazioni che viaggiano in uno spazio tempo tutto virtuale. E allora, ci sembra essere in un cyberthriller alla Blackhat, in cui possiamo provare a intuire i tracciati, le connessioni e le sinapsi, possiamo sforzarci di dar loro una forma visibile. Ma tutto rimane un mistero per iniziati.

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