#Berlinale2017 – Golden Exits, di Alex Ross Perry

Colori tiepidi, pastellati, mezze tinte emotive, una Brooklin che si smaterializza negli interni anestetizzati degli intellettuali e poi un fuoritempo molto anni ’70, che sembra giocare con sfumature ovviamente rohmeriane. In Golden Exits però il perturbante non è il ginocchio, ma una ventenne australiana di nome Naomi, che con la sua semplice presenza mette sottosopra l’esistenza di Nick e della sua famiglia. Tra lo script per il live action di Winnie the Phoo commissionatogli dalla Disney e il lavoro sul suo adattamento di “I nomi” di Don DeLillo, Alex Ross Perry ha piazzato questo frammento di commedia da camera che ha il gusto di un moderno classicismo in fuga dalle velocità verbali del “mumble cinema” così testardamente indie di cui ci stiamo nutrendo.

emily browning golden exitsGolden Exits ha il retrogusto alleniano della nostalgia sentimentale unito all’imprinting rohmeriano dello scandaglio morale e psicologico delle relazioni. La scena si anima sulla presenza di Naomi, l’australiana Emily Browning, che entra in campo sussurrando una canzone seduta sulle scale della sua casa newyorkese, prima di irrompere nella vita di Nick (Adam Horovitz) come stagista semestrale. Al suo fianco, nel lavoro di archiviazione delle carte del suocero artista deceduto.

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La tensione sentimentale che si innesca è a fuoco lento e in realtà non brucia mai davvero, perché Alex Ross Perry mette piuttosto in gioco il desiderio del desiderio, la sfumatura in grigio nelle emozioni possibili, il lancinante bisogno di innamorarsi che fa il paio con la paura di non essere più amati. Il gioco è classico, la schermaglia si golden exits adam horovitzaccende sulle allusioni degli amici alla festa di compleanno di Nick e alla notte brilla che ne segue… Naomi invece gioca la sua solitudine come scintilla per poter essere un personaggio nella commedia che è in scena attorno a lei: se Nick è il protagonista, Naomi lo doppia sul circuito delle emozioni, attirando su di sé la gelosia della moglie Alyssa (Chloë Sevigny), le attenzioni di Gregg (Craig Butta), il rimpianto di Nick stesso… ne viene un film che lascia un forte retrogusto emotivo, un tono distante e concreto che lavora ai fianchi lo spettatore, piuttosto che colpire in pieno petto.

A differenza degli altri film di Alex Ross Perry, in Golden Exits l’affollamento assume una composizione figurativa che determina la ratio dell’inquadratura stessa: c’è sempre un sapientissimo gioco di focalizzazioni che mette a contatto due figure, il decopuage torna a sovrastare il piano sequenza e la costruzione delle scene è articolata sullo spazio di una messa in scena che rifugge dalla contemporaneità e cerca un classicismo in caduta libera dal 16mm rohmeriano in cui è volutamente girato.

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