#Berlinale2017 – Logan, di James Mangold

Strepitoso terzo spin-off della saga con un condensato di tutto il cinema del regista. Che guarda verso il futuro, ma gira come se si stesse ancora trovando negli anni ’90. Fuori concorso

Sembrava giunta al capolinea la saga su Wolverine, il mutante degli X-Men. Dopo il primo spin-off poi l’ha ripresa in mano James Mangold, l’ha rivoltata e se ne è appropriato in pieno come hanno fatto Tim Burton con Batman. Il ritorno e Sam Raimi con Spiderman 2. Dopo lo strepitoso Wolverine – L’immortale anche Logan diventa un passaggio fondamentale dei film tratti dai fumetti Marvel (in questo caso, Vecchio Logan di Mark Millar e Steve McNiven) ed è un elettrizzante condensato del cinema di James Mangold: le ombre noir di Cop Land, l’azione senza respiro di Innocenti bugie, le tracce sentimentali di Kate & Leopold dove recupera il corpo (anche da quel film e non solo dalla saga X-Men) sempre più mutante di Hugh Jackman. In più ritorna nei territori western con Logan/Wolverine ferito e portato nella casa dei ragazzini mutanti su uno sfondo classico che replica l’omaggio di Il cavaliere della valle solitaria di George Stevens visto in tv e l’omaggio a Johnny Cash nei titoli di coda con il brano The Man Comes Around proprio come necessario residuo di Walk the Line. Prima dell’analisi, l’istintivo entusiasmo. Logan è un film pazzesco.

logan hugh jackman patrick stewart

Ambientato in un futuro prossimo, vede il ritorno di Logan/WEolverine che si è separato dagli altri X-Men e col tempo si è visto ridotto il potere di autoguarigione. Si guadagna da vivere come autista e si prende cura del malato Professor X in un luogo nascosto al confine col Messico. Un giorno però una donna gli chiede di accvompagnare una ragazzina, Laura, fino al confine canadese. E anche lei possiede dei poteri straordinari.

Un inizio potentissimo, esemplare, alla Michael Mann. Con il protagonista che fronteggia da solo tre criminali e mette già in atto quel continuo attrito corpo-metallo del film forse più cronenberghiano dell’opera di Mangold. Innanzitutto quello di Logan è un cinema che riduce gli effetti speciali al minimo, che riporta nostalgicamente ed efficamente indietro nel tempo i Marvel movies. Poi porta dentro in un mondo continuamente alterato, come il malore/allucinazione di Logan quando avverte il pericolo, dove la stessa immagine diventa tremolante, come una materializzazione visiva di ciò che sta producendo la sua mente e quello che sta accadendo realmente. Un cinema senza più maschere, che si abbandona a quei tramonti che potrebbero arrivare ancora dal film di Stevens o da un film di guerra della Hollywood classica. O ancora da Michael Mann o John Milius. Ma che vira anche verso quella fantascienza allucinata con i cavalli in mezzo alla strada o che altera i punti di vista soggettivi dove Laura con gli occhiali potrebbe essere anche un rimando che arriva da Essi vivono di John Carpenter.

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DF-04015.DNGL’origine è esibita: il fumetto degli X-Men. Come se l’adattamento/visione si trasformasse in una sorta di work in progress sotto i nostri occhi. Fuori la logica statuaria del cinema di Bryan Singer, del pallido confronto di Gavin Hood. Solo Matthew Vaughn gli ha tenuto testa. Ma la forza di un film è quando un cineasta si appropria della saga (tra i produttori c’è anche Stan Lee) mantenendone l’anima e poi cercando sempre nuove strade. E il rapporto tra Logan e Laura ha dentro qualcosa che stravolge: il rifiuto iniziale, i tentativi di sguardo complice, i contatti tentati e poi negati. Con un’intensità che richiama quella tra l’evaso Butch/Kevin Costner e il bambino preso in ostaggio in Un mondo perfetto di Clint Eastwood. Due momenti liberano la testa: il protagonista che mette la moneta al cavallo a dondolo dove vuole andare la ragazzina e Laura che fa riposare l’uomo e guida la macchina. Con Ron Howard, James Mangold è oggi uno dei pochi registi di genere puri rimasti nel cinema statunitense. Che guarda verso il futuro, ma gira come se si stesse ancora trovando negli anni ’90.

 

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