#Berlinale68 – Monster Hunt 2, di Raman Hui e Ramen Teh, di Eric Khoo

Al di là dei premi, dell’apparente urgenza morale di risarcire le cineaste femminili di onorificenze e attenzioni, e del reiterato debole che Berlino continua a dimostrare negli ultimi anni per la cinematografia rumena, questi dieci giorni di 68esima edizione ci hanno anche mostrato altre tensioni scoperte, prima tra tutte l’ossessione per la “bassa frequenza” del bizzarro trittico Unsane/Profile/The great event, di cui ha parlato Aldo, passando dal grosso spazio dedicato al mondo della nuova serialità televisiva, fino all’approdo sempre più saldo di Kulinarischen Kinos, la sezione su cinema e cibo fondata con buona chiaroveggenza nel 2007 e dedicata al trend topic più resistente di questi tempi, quello del food appunto.
In Culinary Cinema passa Ramen Teh di Eric Khoo, co-produzione Singapore-Giappone incentrata sulla nascita di un piatto che tenga insieme le cucine tradizionali dei due Paesi, quindi un ramen mescolato al Bak Kut Teh singaporiano. A mischiare le due discendenze è il protagonista Masato, giovane apprendista cuoco di Takasaki alla ricerca della famiglia della defunta madre di Singapore, e alle prese con la ritrosia iniziale della burbera nonna appena ritrovata. E’ evidente come una certa cinematografia orientale abbia fiutato il grande momento d’attenzione internazionale per la cucina di casa (si veda anche l’inaspettata Naomi Kawase di Le ricette della signora Toku, meno riuscito e leggiadro di questo), ma Eric Khoo non è nuovo a storie culinarie condite da sentimenti toccanti, e ha il pregio di infarcire il film di una schiera di personaggi di contorno irresistibili, dai vari zii di Masato (Tetsuya Bessho e Mark Lee) fino alla blogger di cucina che aiuta il ragazzo nel suo viaggio, la celebre popstar nipponica Seiko Matsuda. Tra un cameo e l’altro di reali chef di entrambe le nazionalità, il film è pronto all’uscita in sala anche grazie al traino di ristoranti che hanno sul serio iniziato ad inserire il Ramen Teh nel loro menu, a quanto pare con successo.

E’ interessante quanto, nella prospettiva di un festival che da sempre fa della definizione diramen_teh cinema espanso la propria missione di conquista (della città, dei mercati), Berlino non manchi mai di fare attenzione ai grandi blockbuster cinesi, vera e propria cartina di tornasole di cosa vuol dire oggi pensare prodotti per un pubblico virtualmente megagalattico: uscito nel weekend-chiave del Capodanno Cinese, Monster Hunt 2 di Raman Hui ha battuto ogni record di incasso in un solo giorno in patria (97 milioni di dollari nella data di apertura…), di fatto incamminandosi sulla strada del film predecessore, che nel 2015 portò a casa quasi 400 milioni di dollari alla fine. Raman Hui replica la formula del prototipo, creature mostruose simpatiche in CGI che si battono con eroi in carne ed ossa in una sorta di wuxia semplificato sospeso in fondali digitali, aggiungendoci la scheggia impazzita Tony Leung, in un ruolo guascon-cartoonesco che avremmo immaginato per Andy Lau o Jackie Chan. Visto in Berlinale Special Gala, il film è rutilante, colorato e frenetico come ci si aspetta, ma a guardare bene l’operazione porta avanti il rinnovamento di formule ancestrali della narrativa popolare orientale, dal continuo switch dei sessi fino ai mostri mascherati da umani, e viceversa. La lunga sezione con Tony Leung travestito da tigre per fare da cavia al numero di un illusionista potrebbe anzi rivelarsi in quest’ottica una sequenza di svelamento definitivo dell’immaginario messo in campo da Raman Hui, ben meno campato in aria di quanto si possa pensare ad un primo sguardo alle smorfie dispettose del piccolo Wuba.