#Berlinale68 – Mug (Twarz), di Małgorzata Szumowska

Autrice doc della kermesse berlinese, in cui le sue opere sono sistematicamente presenti in una sezione o nell’altra dal 2004 (nel 2015 riesce finalmente a portarsi a casa un premio, l’Orso d’Argento per la regia di Corpi), la polacca Szumowska tenta con Twarz di tornare sulle tematiche forti della propria poetica per attraversarle stavolta con il piglio acido e la verve tragicomica di una commedia grottesca decisamente nera.
Le intermissioni dell’istituzione religiosa che sfrutta il senso del sacro tra le genti di Polonia, il cinismo dei media e l’attenzione centrale per le conseguenze morali e fisiche sui corpi, tutte linee concettuali su cui Szumowska riflette da sempre, trovano qui un respiro meno soffocante grazie all’inserto di uno humour sprezzante che in alcuni istanti non si risparmia in crudeltà.
Non tutte le stoccate vanno a segno e ad un certo punto il film si affastella pesantemente su se stesso facendo riaffiorare i limiti della costruzione cinematografica della regista, amante di una stratificazione simmetrica dell’immagine che finisce puntualmente per spegnerne la scintilla di partenza (qui dopo un po’ non se ne può più della punteggiatura di dialoghi estorti in confessione dall’ambiguo prete del villaggio), ma la prima sezione della storia di Jacek infila sequenze abitate da una spontaneità e da un afflato sincero che non eravamo soliti riconoscere all’autrice.

Szumowska utilizza l’espediente del racconto della costruzione della statua di Cristo Re di Świebodzin, inaugurata nel 2010 come la più alta statua di Cristo al mondo dopo 5 anni di lavoro in larga parte finanziati dalla comunità dei fedeli, come metafora della scala di valori sballata su cui si regge l’animo umano. Jacek, il classico fancazzista metallaro del paese (Mateusz Kościukiewicz di fatto in un doppio ruolo), sta lavorando su di un’impalcatura alla testa del monumento gigante (parlando di passione per i raddoppi dei segni…), quando ha un incidente terribile: si salva con un complicato trapianto facciale che lo trasforma in un musone (mug), una sorta di elephant man non più in grado di muovere il volto incastrato tra cicatrici e una pelle che sembra finta.
Seguono reazioni incontrollate da famiglia, comunità (ben meno generosa con il nostro eroe, che ha bisogno di un’ingente somma di denaro per le spese mediche, di quanto lo sia per l’assurdo progetto della statua), l’amata fidanzata Dagmara – a cui toccano gli istanti di visionarietà pacchiana di Szumowska, scanditi più volte da L’Amour Toujours di Gigi D’Agostino (!) – ma soprattutto l’apparato religioso indeciso tra il miracolo di dio e la possessione demoniaca.
La sequenza dell’esorcismo a Jacek per fargli tornare il volto come prima è probabilmente il momento in cui la regista fa convergere tutto il discorso del film, inficiato in altri punti da un’eccessiva smania di costruire immagini emblematiche e “forti” (la svendita di elettrodomestici in biancheria intima del prologo, la testa di Cristo voltata dall’altra parte del finale…): riescono a smarcarsi in qualche misura le figure femminili, la Dagmara di Małgorzata Gorol e la tostissima sorella di Jacek, Agnieszka Podsiadlik.