#Berlinale68 – Viaje a los pueblos fumigados, di Fernando E. Solanas

Viaje a los pueblos fumigados è solo l’ultimo, ottavo capitolo di una “sagra” sull’Argentina che Fernando Solanas inaugurò nel 2003 con Diario del saccheggio, sulla profonda crisi economica argentina, vestendosi da narratore e adottando il medesimo linguaggio narrativo: un ciclo di documentari che affresca non solo le incongruenze e le complessità di un Paese difficile, ma che attraverso quest’avventura nei gangli delle terre sudamericane ritrae, in qualche modo, la contemporaneità tutta.

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Fernando Solanas detto Pino, senatore nazionale dal 2013 (un incarico che, dichiara, gli prende molto tempo, così che si dedichi all’impegno documentaristico nei restanti scampoli di giornata, o in quelle che sono le sue atipiche vacanze), approda alla Cineteca di Bologna dopo la fresca partecipazione alla Berlinale e racconta – e si racconta – dopo il pugno allo stomaco della sua ultima opera.
Così elogia la tenacia di una parte del suo popolo (fa notare che l’Argentina è stato l’unico paese sudamericano in cui una dittatura non è durata più di sette anni), la dedizione, la difesa delle conquiste del passato. Ma criticamente dipinge la sua terra come un Paese che sta subendo, da tempo, un nuovo colonialismo moderno, dal punto di vista legislativo (sulle questioni importanti tutto finisce nei tribunali di New York e Londra) ed economico.
In questo habitat si colloca il viaggio di Solanas tra i popoli che affrontano fumigazione, deforestazione, inquinamento, con conseguenze incalcolabili per la salute generale e per la loro stessa cultura. E sono, questi, temi universali, spiega Solanas, perché non c’è ideologia politica che tenga, quando si parla degli argomenti suddetti, e quando il cambiamento climatico è più veloce del cambiamento dei nostri costumi e delle nostre abitudini. Si rivolge, pertanto, ai verdi esattamente come ai rossi e ai neri. E si rivolge al papa, quel Francesco nato Bergoglio nel ’36 come Solanas, nella stessa bolgia di Buenos Aires, primo inerme spettatore di Viaje a los pueblos fumigados, dedicatario dell’opera.

Colpisce, nel film, che nel sangue di Solanas risultino inattese agrotossine, intensamente utilizzate nelle aree rurali che poi forniscono carne e verdure al popolo argentino (ed è questa una questione veramente universale, attualissima anche in Italia). Colpisce che intere popolazioni indigene, come quella degli indiani Wichi al nord del Paese, indifese osservino le ruspe che deforestano la loro terra, costringendoli a spostarsi chissà dove: gli occhi liquidi di un uomo dei più anziani si scandalizzano perché non c’è rispetto per le loro necropoli e perché gli alberi sono divelti ancora stracolmi di frutti, quei frutti che da duecento anni li sostentano. Colpisce che la pioggia letale di pesticidi scenda dagli aerei fumigadossenza preavviso e senza cura, colpendo le abitazioni e le scuole adiacenti ai campi, causando patologie, malformazioni ai nuovi nati, cancro (malattia non casualmente “moderna”) e morte. Colpisce l’inquinamento sfrenato delle falde acquifere (basta inzuppare i piedi nel fiume, per contagiarsi), o gli sconfinati ettari di soia che pullulano di nocivo glifosato.
Viaje a los pueblos fumigados mostra che esiste anche qualcosa di diverso: si mungono mucche con sottofondo di musica classica per rilassarle, dopo il pascolo in un verde sano e lussureggiante. O ci si affida all’agricoltura biologica, quella vera. O si lotta fisicamente contro quei crimini ambientali sovente oscurati nelle fauci delle multinazionali. Ma sono piccole gocce di purezza in un terribile mare di mostruosità quasi ormai vecchie, che però tardano a rimarginarsi, a sparire. Non è mai troppo tardi, tuttavia, per apprendere e cambiare. Fin dal proprio orticello. Fin dalle opere e dall’impegno di Fernando “Pino” Solanas.

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