#Berlinale69 – A Tale of Three Sisters, di Emin Alper

Reyhan (Cemre Ebüzziya), Nurhan (Ece Yüksel) e Havva (Helin Kandemir), la più piccola sono tre sorelle che vivono in un povero villaggio dell’Anatolia Centrale sotto la tutela del padre Şevket (Müfit Kayacan). Siamo negli anni 80. L’infimità del luogo per quanto riguarda la possibile ricerca di un futuro migliore le costringe ad accettare di finire nelle case di un benefattore come cameriere o bambinaie, in balia degli umori, e le voglie, dei padroni. Sorte toccata prima a Reyhan, tornata però a casa dopo una gravidanza imprevista, e destinata a sposare un guardapecore, Veysel (Kayhan Açıkgöz), e poi a Nurhan, anche lei tornata indietro con la colpa di aver picchiato il figlio del padrone. Dal suo rientro sotto il tetto paterno, cosa che a tutti gli effetti può essere considerato un fallimento, prende inizio la storia, un presupposto che pesa come un macigno in un ambiente tanto avverso da non contemplare una seconda occasione. Ed anche per l’ultimogenita il destino, una sorta di sordida iniziazione alla vita da adulta, ingenuamente agognato, sembra scritto.

Emin Alper con Kız Kardeşler – A Tale of Three Sisters affronta un dramma familiare, tema al centro anche del primo lungometraggio realizzato come regista, Tepenin Ardi – Beyond the Hill (film che alla Berlinale del 2012 fu meritevole di una menzione speciale della giuria), girato tra le stesse montagne a cui il regista deve i suoi natali, e che, dopo la parentesi di Frenzy (premio speciale della giuria a Venezia 72), ambientato ad Instanbul, ridiventano protagoniste, con lo stesso orizzonte chiuso e la stessa gamma limitata di movimento che comportano.

La riduzione di spazio, l’assenza di margini di miglioramento, estendono la considerazione dei rapporti di forza, e le influenze reciproche, influenzate dalla necessità, e non dal desiderio, sviluppano delle dipendenze spontanee e generano un conflitto. L’ambizione della fuga verso la città, in questo determinato caso, incrina il vincolo solidale della famiglia, per l’invidia provocata dal solo pensare che la fortuna dell’una possa significare l’esclusione dell’altra. Mentre le figure femminili sono delle vittime involontarie, i personaggi maschili, rappresentazioni ufficiali di un potere misero, scelgono di affidarsi all’autoinganno, indossando, nell’ottemperare alla funzione di collegamento tra l’interno e l’esterno, una maschera di riverenza. Consapevoli della miseria dove sono costretti a vivere, tuttavia incapaci di reagire.

L’isolamento dovuto ad un avverso climatico per la neve caduta, oltre ad costituire un ostacolo fisico per i corpi si comporta da linea di confine narrativa e conduce, immobilizzando ulteriori progressioni drammatiche, al momento della resa dei conti. Infatti il territorio, imponente, pericoloso, non addomesticabile, è elemento imprescindibile dell’intero film, e riveste un’importanza fondamentale, rimarcata dal regista in ogni inquadratura, tanto da poter essere di diritto considerato come il vero deus ex machina della vicenda. In un giudizio di merito il lato debole sembra essere quello delle interpretazioni, per dei ruoli spogliati, da una carente messa in scena del loro spessore.

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