#Berlinale69 – Demons, di Daniel Hui

Dopo le convincenti prove come documentarista (Snakeskin, Animal Spirits, Eclipses), Daniel Hui, regista proveniente da Singapore, con Demons passa al racconto di genere horror satirico, con la storia di un’attrice Vicki (Yang Yanxuan Vicki), che ha finalmente l’opportunità di dare una svolta alla propria carriera. Quando accetta di lavorare nella produzione di Daniel (Glen Goei), il regista dello show, non si rende conto del tipo di tortura nella quale è andata a cacciarsi. Cominciano a seguirla dei demoni. Dopo aver ottenuto finalmente il suo primo ruolo da protagonista inizia inoltre a sperimentare dei disturbi alimentari e del linguaggio. Alla fine si rende conto che le riprese del film sono un luogo in cui l’abuso silenzioso e la violenza sadica sono tollerati come espressione artistica.

Il carattere ambizioso del plot purtroppo non mantiene le aspettative alla prova dello schermo e risulta inutilmente complesso. Se gli elementi demoniaci in latenza ottengono degli effetti surreali, spiazzanti, di commedia fortuita e lancinanti ed improvvise punte d’orrore puro, il repertorio ghost è nebuloso, senza una reale intenzione manifesta, quasi che le apparizioni fossero parte di una storia dentro la storia, incompatibile con l’altra, un segnale troppo debole sopra un radar pieno di punti luminosi. Ed un aiuto non arriva neanche dalle evidenti citazioni di due capolavori del cinema di Kubrick come Shining e Eyes Wide Shut. Giocando in sottrazione di senso compiuto, per stabilire una connessione con diversi piani di comprensione, il regista ottiene un’amalgama narrativo inestricabile, estremamente criptico, e la deformazione logica, questo con una certa coerenza, si propaga fino ai dialoghi, sempre ai limiti dell’assurdo.

La vera rete d’unione arriva dal sonoro, che meglio delle immagini indirizza la percezione dello spettatore, costruisce un minimo di atmosfera drammatica e rallenta il montaggio frenetico tra i coincidenti, ma diversi, universi paralleli. Altro punto a favore del film viene dal finale, folle ed imprevedibile, che riesce nella sua singolarità lirica, nell’esibizione sfrontata del kitsch, ad avvicinarsi alla tragedia ed a trasmettere una coesione con potere d’impatto. Mentre l’esercizio realistico dell’insensato, la distorsione razionale basata sullo stress psicologico per tastare il polso degli individui, in una società basata sulla pressione e la manipolazione, resta in nuce ed avrebbe avuto bisogno di maggiori sviluppi.