#Berlinale69 – Gli ultimi a vederli vivere, di Sara Summa

S’affacciano spesso a scrutare l’orizzonte, i componenti della famiglia Durati, avanzando di qualche passo sulla terra rossa dei campi che circondano la masseria dove vivono, tra le rocce e gli ulivi della Basilicata. Intorno a loro la natura parla la lingua della predestinazione, di un tempo millenario che scandisce i cicli vitali e la relativa morte ritornante. Talmente immersi, i Durati, genitori e figli, in questo paesaggio da confondersi quasi interamente con le pareti e gli angoli di questa fattoria-avamposto sospesa ai confini della civiltà, della strada asfaltata che porta “all’oratorio”, alle pale eoliche che puntellano l’orizzonte della modernità. Ma cosa scorgono, questi esseri umani, quando guardano là fuori? Intuiscono forse tragicamente l’appuntamento con l’ineluttabile a cui non possono sfuggire, al sorgere delle ombre?

All’esordio nel lungometraggio, l’italo-parigina Sara Summa, diplomata in cinema a Berlino, affronta la storia di quattro omicidi che si verificarono in una notte del 1959 in una piccola cittadina del Kansas occidentale, trasportandola nelle atmosfere ancestrali del Meridione dal sole violento e spietato.
L’incastro è tutto in un’unica giornata, l’ultima, di questo nucleo familiare che si fa emblema di solitudini esistenziali e “storiche”, con un’ambizione all’apologo a metà tra un teorema pasoliniano e certi immobilismi da autorialità in stile iraniano.
L’equilibrio ricercato è quello di evitare di cadere nel racconto pruriginoso del nuovo canone morboso da cronaca nera, che tanto successo ha nei diversi flussi della narrazione contemporanea. Per farlo Summa delinea Dora, Matteo, Renzo e Alice Durati attraverso indizi smozzicati, caratterizzazioni generali (l’iper-cattolico, la depressa, il bambino creativo…) e indicazioni apertamente contrastanti tra di loro (chi esiste realmente tra i familiari mai in scena ma spesso nominati dai personaggi? chi è realmente ancora vivo tra i quattro protagonisti, o sono già, e per sempre, tutti morti, in punto di…?).

Ci vogliono un controllo ed un rigore da sguardo maturo per tenere per 80’ questo dispositivo di recitazione straniata (attori, come da modello, professionisti e non) e estenuanti camera car che si insinuano tra i muretti a secco e gli stretti incroci di queste stradine che proseguono fatalmente a senso unico. Summa in più d’un momento lascia la sensazione di tendere al gioco formale a rischio essiccamento intellettuale (le sequenze a blocchi temporali ripetuti e slittati, alcuni simboli fin troppo scoperti come i volatili legati dai cacciatori come verranno poi trovati i protagonisti, il gioco sull’identificazione dell’assassino tra i tipi loschi che fanno visita a Renzo, il malvisto fidanzatino di Dora e le tendenze omicide-sessuali sugli animali del figlio maschio…).
L’operazione, completata anche grazie ad un crowdfunding su WeMarket, viene per fortuna spesso soccorsa dal sentimento che aleggia tra questi segni, un dolore inscalfibile e mai davvero a noi comprensibile che proviene dalla Terra, e da alcune scarnificate nature morte in cui la regista ricompone le proprie immagini e i propri corpi.

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