#Berlinale69 – I Was at Home, But, di Angela Schanelec

Una madre ritrova il figlio scappato di casa da una settimana. Dopo questo evento, a due anni dalla morte del marito, la sua vita sprofonda in un loop di riflessioni. È evidente che l’intento di Angela Schanelec, regista di Ich War Zuhause, Aber (I Was at Home, But tradotto in inglese), è quello di raccontare l’esistenza piuttosto che la vita, con tutto il peso che questo concetto veicola, anche solo pronunciato sottovoce senza riempirsene la bocca.

La scena si apre con degli animali, un cane che segue l’istinto e caccia un morbido coniglio, un asino che fissa il vuoto fuori dalla finestra di una stalla. Anche loro sono partecipi del procedere cieco e artificioso che coinvolge gli esseri esistenti. Nessuno è esente da questa tragedia perpetuamente in atto, così anche i bambini oltre agli animali percepiscono l’angoscia di questa farsa chiamata vita e vengono ripresi a intervalli dalla Schanelec mentre recitano l’Amleto al parco o in classe. Fra loro non c’è un’effettiva comunicazione perché anche il rapporto con l’altro, da cui non si può prescindere, è come bloccato e si esprime attraverso lunghi momenti di silenzio e sguardi apatici o con parole manomesse da un laringofono. Certo non mancano momenti in Ich War Zuhause, Aber in cui il tragico diviene paradossale; è lì forse che dovremmo prendere un respiro e decomprimere il peso. Ma questo non succede. Le intenzioni della regista sono così lampanti da sembrar scritte a lettere cubitali sullo schermo. La Schanelec infatti mette a punto un film di dichiarazioni, di monologhi recitati sul palco della vita dove si è soli e impossibilitati a fruire la verità, perché sempre costretti a recitare una parte. I personaggi del film (gli esseri umani) esistono su questo mondo ma non sono davvero del tutto presenti (i was home, but). E lì, mentre pensano come asini, esprimono senza mezzi termini i loro sentimenti di solitudine, angoscia, disperazione.

Lungi da noi criticare un film perché troppo disperato; non ci sogneremmo mai di censurare l’angoscia e l’oppressione della esistenza. Ma siamo certi che per raccontare con poesia il grigiore occorre, attraverso le immagini, mostrarne la triste bellezza, la potenza statuaria che risiede nel dramma dell’esistenza. Non soffriamo insieme ai personaggi del film, non c’è empatia  e gli intenti sono  un grido forte e troppo chiaro. Tutto il resto è soffocato. Non c’è mistero né eleganza, rimaniamo quindi fermi sulle nostre poltrone senza sentire niente. Probabilmente lo scopo era proprio questo, farci provare l’annichilimento della disperazione esistenziale. Ma anche se fosse, tutto questo non ci nutre e quindi davvero non ci interessa.

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