#Berlinale69 – Mr. Jones, di Agnieszka Holland

Con Mr. Jones, presentato in concorso alla Berlinale, Agnieszka Holland racconta la storia del giornalista gallese Gareth Jones, il primo a rendere nota al mondo la terribile carestia che colpì l’Unione Sovietica negli anni ’30. La regista polacca insieme allo sceneggiatore Andrea Chalupa racconta la vita del giovane reporter partendo dai suoi inizi lavorativi per il Western Mail, quotidiano di Wales, di proprietà del giornale inglese Trinity Mirror. Attraverso usuali modalità narrative la Holland gira un film di denuncia, usando il cinema per portare alla luce una storia persa nel tempo.

Agli inizi della sua carriera Mr.Jones è un giovane ed entusiasta freelance. È appena riuscito ad intervistare Adolf Hitler e Joseph Goebbels grazie al giornalista Paul Kemb, che decide di andare a trovare a Mosca. Una volta arrivato nella grande città Jones entra velocemente in un vortice di avvenimenti che lo portano ad affrontare un terribile viaggio in Ucraina dove osserva con i propri occhi la verità su Iosif Stalin. Forse proprio di fronte alle immagini che la Holland gira sulla neve, durante il disperato pellegrinaggio all’inferno di Gareth Jones, cogliamo il punto sul film che stiamo guardando. E cioè che pur essendo al cospetto di un’opera a cui non si può oggettivamente obiettare nulla  rimaniamo comunque stancamente fermi in noi stessi, perché manca alle immagini la forza necessaria per raccontare (di nuovo e in modo diverso) la Storia. Spesso ci troviamo di fronte alla Storia mostrata attraverso e grazie al mezzo cinematografico, che aggiunge al reale passato, un più necessario a rielaborare i fatti storici attraverso la “carne” le immagini.

È indubbio insomma che a Mr. Jones manchi quella carica, che sia di tensione o che sia drammatica, che va aggiunta al dramma della realtà, all’evidenza degli avvenimenti narrati, per farli rivivere allo spettatore come un’urgenza del presente. Perché solo così vengono davvero denunciati. Spesso basta focalizzarsi su un dettaglio da cui partire o cambiare completamente la prospettiva, come ne Il pianista, per portare un grande esempio, dove Polanski ci mostra l’orrore dell’olocausto senza  mai riprendere un campo di concentramento. Forse il  grande difetto di questo film apparentemente privo di difetti è proprio questo; e cioè limitarsi a mostrare gli eventi senza esplorarli con le infinite possibilità che la materia viva del cinema sa offrire.