#Berlinale69 – Querencia, di Helvécio Marins Jr.

Marcelo De Sousa è un cowboy della pampa brasiliana. L’hacienda in cui lavora subisce un furto di bestiame, animali verso cui l’uomo nutre tale attaccamento da assegnarli dei nomi, un evento tanto traumatico da indurlo inizialmente a lasciare il lavoro. Un episodio, con le sue ripercussioni, che viene raccontato dal regista senza cadere dentro un eccesso drammatico, contenuto dall’intimità dei luoghi e dei personaggi che popolano la storia, quel senso comunitario che con una frase amichevole e con un ricordo riesce ad allontanare l’ombra dalla mente. Una luce che va abbinata con l’altra, frutto invece di una propensione personale, quella di indossare i panni del maestro di cerimonia nello spettacolo del rodeo, una sorta di animatore utile ad incitare il pubblico durante le esibizioni dei partecipanti.

Il Brasile finito sotto la luce dei riflettori è una terra ancestrale, dall’aspetto temporale si percepisce qualcosa di inattuale, che scorre con dei ritmi compassati dettati dal Sole, dentro un’impronta naturale al riparo dall’inconsistente ed uniforme contemporaneo omologato sull’appiattimento della luce, in un continuum artificiale senza soluzione di continuità e l’alternanza giorno/notte è l’unico motivo sul quale impostare l’agenda biologica. Fuori dal perimetro i contatti sono sporadici, la fiducia verso le istituzioni è ai minimi termini, lontane, assenti, scontano un atteggiamento più di indifferenza che di rancore. E logicamente sottratto l’aggancio terreno trova posto quello celeste. Il divino oltre a venire evocato nella preghiera, sembra aleggiare nel paesaggio, nei volti solidali ripresi in piani stretti così come nell’espressione sacrale delle bestie.

Atmosfere ottenute servendosi una fotografia dai toni caldi, per il dato visivo, e con il ricorso ad una semplice riproduzione sonora ambientale, esclusi i momenti della festa durante le gare associati a delle musiche, piena di pause silenziose, voci umane ed animali. Il disorientamento del protagonista sfugge ad una moderna analisi psicologica ed alla sua consueta rappresentazione, la curva negativo/positivo è impercettibile, manca l’inconsapevolezza della disperazione sostituita da un fatalismo cosciente che resta abbastanza riservato.

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