#Berlinale69 – Répertoire des villes disparues, di Denis Côté

Il cinema di Denis Côté sembra ancora una volta muoversi in una specie di limbo, una terra di mezzo tra i vivi e i morti.

Irénée-les-Neiges, paesino del Quebec sepolto dalla neve degli inverni interminabili, conta solo 215 abitanti. La morte lì non è proprio un evento quotidiano, ma quando arriva ha un effetto destabilizzante per tutta la collettività. La macchina del ventunenne Simon Dubé si schianta contro dei blocchi di cemento, nel nulla più assoluto, e non si capisce se si sia trattato di un incidente o di un suicidio. Fatto sta che tutti devono fare i conti con il lutto, a cominciare, ovviamente, dai familiari del ragazzo. Mentre alcune strane apparizioni agitano ancor più la vita del villaggio… ed ecco che, dopo una lunga attesa, viene finalmente allo scoperto quella tensione, tra il thrilling e il paranormale, che attraversa in maniera latente tutto il film. Sin dalla prima scena, con la macchina che sbanda e impatta e un gruppo di ragazzini coperti da maschere inquietanti che accorrono sul luogo dell’incidente. Chi non vediamo è proprio la vittima, come se il segreto di tutto fosse tenere la morte fuoricampo. Eppure la sparizione resta reale, sta lì come un fatto e come un presagio per la città condannata a rimaner fantasma.

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È un film di eclissi e di ellissi (e di imprevisti ritorni in campo) Répertoire des villes disparues, che, ancora una volta, racconta la marginalità canadese, quella sensazione di essere sul punto di confine, l’ultimo avamposto vivibile del mondo, eppure già un po’ al di là delle possibilità, oltre i flussi di percorso e i ritmi “normali”. In una situazione di costante patteggiamento con l’ambiente ostile e, quindi, di precarietà estrema. Ma ancor più c’è il volontario isolamento dell’enclave, l’orgoglio esclusivo della minoranza che si costruisce proprio sull’ossessione del rischio dello sradicamento, quell’altra lingua del Quebéc, quel francese che combatte con l’inglese e s’impasta con gli arcaismi della storia e della terra.

In fondo, il tentativo di esorcizzare la perdita e lo spettro della fine da parte della comunità di Irénée-les-Neiges nasce a partire da una rivendicazione identitaria e da una scelta di esclusione, che non è poi così dissimile dal sistema di chiusure “messo in scena” dal village di M. Night Shyamalan. Ma a Shyamalan interessa il problema morale della paura da affrontare e il discorso teorico sullo sguardo e sulla narrazione. Che diventa un sistema di segni lucidamente esoterico. Mentre per Côté, al fondo, c’è una specie di condizione antropologica che si trasforma in un sistema di metafore ed evocazioni. Perciò il plot, la storia di questi morti revenants, è solo un semplice abbozzo di paesaggio e figure, nonostante l’idea di repertorio indichi un’ambizione di precisione oggettiva e tassonomica. L’importante è ciò che aleggia intorno, un’aria incerta e misteriosa, come una nebbia che vela l’immagine, un pulviscolo nevoso che si agita con il vento e fa sbattere le porte e le lamiere. E tutto trova la sua espressione coerente in questo 16mm che pare teso fino al limite della sgranatura e del disfacimento. Il cinema, per Côté, è finalmente qualcosa che fa convivere le apparizioni con le evanescenze, è presenza e abbandono, ripresa e mancanza. Ed è qualcosa quindi di sciamanico, ponte tra le dimensioni, che fa galleggiare le visioni in un superficie. C’è forse un che di estremamente freddo e programmatico nell’affermazione di quest’idea. Eppure tutto poggia su una forma e una struttura fragili come il ghiaccio. È il limite e il fascino del film.