#Berlinale69 – Serpentario, di Carlos Conceição

Uno delle decine di riferimenti seminati da Conceição nel suo film parla di Nikola Tesla, e della sua citazione “il sole è il passato, la terra il presente, la luna il futuro”. Ecco, resta allora da decifrare a che punto siamo, adesso, se ancora su questa terra, o già sulla luna. Serpentario volge in realtà il proprio sguardo anche all’indietro, ma non siamo sicuri che quel passato che racconta possa essere definito caldo e luminoso come il sole – forse, più precisamente, ricorda le macerie di una stella già esplosa, definitivamente fredda.
La tragedia, certo, come ripetutamente viene tirata in ballo dalla voce narrante del film: dopo essersi fatto notare con i suoi cortometraggi tra Locarno e Cannes, Carlos Conceição esordisce nel lungo con un’opera direttamente figlia della tradizione visionaria del cinema portoghese d’autore che da sempre si interroga sui trascorsi di colonialismo, invasione e schiavitù della propria Storia, e da cui mutua la passione per le invenzioni visive stranianti, per certi quadretti surreali, per le ricostruzioni dichiaratamente “da studio di posa” ma pulsanti di un’urgenza a metà strada tra il manifesto politico e l’allegoria onirica.

Lo sguardo del cineasta cattura così quel riassemblaggio di riferimenti operato all’arrivo, da bambino, in Portogallo, la terra che ha accolto Conceição e la sua famiglia, originaria dell’Angola, quando la guerra civile ha fatto sì che il nucleo si spostasse dal deserto della Namibia, verso Lisbona.
Serpentario racconta di questo spaesamento sensoriale, sentimentale e geografico, insieme comunitario ed intimo, autobiografico, con una modalità non dissimile da certe operazioni della nuova scena musicale portoghese, che recuperano la genesi tribale dei suoni tradizionali (in questo caso appunto tutto un certo stile di cinema festivaliero da esportazione) ma filtrandola attraverso una nuova sensibilità aperta e combinatoria tra desert rock e space opera (le derive sci-fi di Serpentario sono qui una maniera per raccontare il clima da Guerra Fredda in cui il piccolo Carlos si trova a vivere una volta scampato al conflitto africano – radiazioni ostili a gittate differenti).

Meno abusato e decisamente più sentito, il vero cuore straziante del film è nella sezione di chiusura, in cui il protagonista vaga in silenzio per lo scenario della “tragedia”, un villaggio africano di costruzioni in rovina che si affaccia su di una baia desolata e aliena, alla ricerca del canto di un pappagallo che conserva, intatta e cristallina, la voce oracolare della madre. La mamma di Conceição non ha mai lasciato l’Angola con il resto della famiglia, e il regista ha sempre continuato a tornarla a trovare negli anni, mantenendo fede alla promessa fattale di prendersi cura del pappagallo della donna, appartenente ad una specie in grado di vivere anche per più di un secolo.
In questa maniera, il giovane cineasta unisce vertiginosamente la vicenda privata con uno degli afflati che reggono il cinema sin dalle origini, ovvero quello di donare un corpo alla voce primaria della nostra esperienza sulla Terra, di riuscire ad incarnare il suono pre-natale, lo stesso a cui poi tenderemo per il resto della vita, la voce della madre.