#Berlinale69 – So Long, My Son, di Wang Xiaoshuai

Il tempo dell’attesa e del perdono. So Long, My Son porta il cinema di Wang Xiaoshuai ancora nelle zone di un classico melodramma. Tra il realismo della vita dei protagonisti (come in Le biciclette di Pechino, Orso d’argento proprio qui a Berlino nel 2001) e la dimensione storica che scorre parallelamente a quella privata con uno schema non lontanissimo da Shanghai Dreams.

Nel corso degli anni, il cinema di Wang Xiaoshuai sembra mantenere lo stesso schema: un’impeccabile attenzione ai dettagli soprattutto nell’ambientazione, una scrittura molto precisa nel tratteggiare i rapporti familiari tra i personaggi, il colore che mette a fuoco (più che l’invecchiamento dei protagonisti) lo scorrere del tempo.

Dopo l’affascinante e irrisolta deriva da horror psicologico di Red Amnesia, il regista cinese è tornato sicuramente al cinema che indubbiamente sa fare. So Long, My Son è un affresco storico che abbraccia tre decenni. E la vita di Yaojun e sua moglie Liyun è stata condizionata per sempre dalla morte del loro unico figlio mentre giocava in una palude con altri bambini. Adottano un figlio, Liu Xing, con il quale i rapporti sono difficili. Dopo che lui se ne è andato via, cercano di ricomporre i pezzi della loro esistema.

I destini paralleli sullo sfondo della Cina post-Rivoluzione cultuale e in piena trasformazione ed espansione capitalistica. Con dichiarato accenno alla ‘politica del figlio unico’ per arginare l’incremento demografico nel paese. I destini paralleli di due famiglie. In un film che a tratti non sembra cinese ma più taiwanese. Con i tempi simili a quelli di Hou Hsiao-hsien. Esemplare e imploso soprattutto nella prima parte. Segnato ancora dal tempo (elemento che segna da sempre il cinema di Wang Xiaoshuai), da campi lunghi come nella scena dell’annegamento del bambino e poi con la corsa contro un treno che sembra andargli incontro. E poi le fotografie. Disseminate dappertutto. Dove lo scatto di gruppo segna anche l’anno, il 1986. Dove i flashback si intersecano. In questi continui viaggi temporali. tra andata e ritorno. La necessità del ricordo e quella di invecchiare per cancellare il dolore.

In So Long, My Son Wang Xiaoshuai mette in gioco tutti gli elementi del melodramma storico. Dove c’è sempre lo sguardo dei personaggi sugli altri. Anche attraverso le finestre. Quella da cui i genitori guardano il figlio che sta giocando con le moto con i coetanei. Una distanza che è quasi un preludio del distacco. Certo, un cinema esemplare che si mantiene però a distanza. Non si infiamma come Wong Kar-wai o Stanley Kwan. O anche il suo In Love We Trust, forse il punto più alto del suo cinema. Con una coppia costretta a riunirsi in occasione della malattia della figlioletta. E qui invece, ancora più unita dopo il dramma che li ha colpiti. Senza mai diventare incandescente, anche perché carico di materia narrativa nella sua durata di tre ore, però poi ci si accede a tratti. La coppia che si tiene la mano durante la turbolenza in aereo è un frammento di come si voleva ce il film fosse. Ma So Long, My Son resta comunque bello. E siamo noi ad essere troppo esigenti.