#Berlinale69 – The Ground Beneath My Feet, di Marie Kreutzer

La vita di Lola (Valerie Pachner) è costellata di successi e non conosce incrinature. Come consulente manager la vita scorre tra le aziende in via di ristrutturazione, di cui è chiamata a gestire i passaggi delicati delle crisi, con i relativi esuberi. Un impegno che la costringe durante i frequenti spostamenti a trovare alloggio dentro asettiche stanze d’albergo. Degli appuntamenti furtivi con l’amante, e collega di lavoro, Elise (Mavie Hörbiger), e sfiancanti sedute di allenamento alla ricerca di un’ossessiva forma fisica, sono gli elementi che completano il calendario delle giornate. Tale disciplina non risparmia il controllo della vita privata: il segreto che tiene nascosto al mondo è l’esistenza di una sorella maggiore, Connie (Pia Hierzegger) affetta da problemi psichici che vive reclusa nella sua casa di Vienna insieme ad un gatto. La reticenza sull’argomento viene meno dopo il tentativo di suicidio di Connie e il successivo ricovero in clinica. Un avvenimento del quale la donna non riesce a contenere le conseguenze, e nell’adempimento delle responsabilità scopre di non avere le coordinate per guidarlo.

La regista austriaca Marie Kreutzer torna sui contraccolpi nefasti del materialismo dopo We Used to Be Cool, dove tre coppie alla moda decidono di diventare genitori nello stesso momento illusi che tale  modifica non debba obbligatoriamente significare un cambio di status. La linea di continuità con Der Boden unter den Füßen (The Ground Beneath My Feet) sembra piuttosto marcata, mentre la differenza dimora probabilmente nel grado di consapevolezza, che in questo ultimo caso è assente. L’assunzione del dovere familiare infatti comprende l’esposizione di un lato vulnerabile, che in un ambiente fortemente concorrenziale significa correre il rischio di mostrare una debolezza sulla quale in tanti sono pronti a scagliarsi nella scalata ai posti di potere.

L’aridità emotiva associata ad una vita dedita alla carriera sullo schermo è la combinazione di una fotografia dai toni freddi e di dialoghi molto formali, siano utilizzati per l’espletamento di una pratica o per la richiesta di un parere medico, e rispecchia l’incubo della protagonista, finita in un gioco al massacro. Le regole fissate sui dati clinici, con il loro presunto carattere genetico ed ereditario, vengono così usate per descrivere una progressiva perdita di contatto con la realtà ed aggiungono al substrato esistenziale una linea thriller che accentua il carattere destabilizzante del tema di fondo. Tanto basta per portare a galla il conflitto, sposare una condotta morale, mettendo a repentaglio la reputazione, o perseverare in una rassicurante indifferenza?