#Berlinale69 – The Shadow Play, di Lou Ye

Ciò che resta del cinema più ispirato di Lou Ye è proprio nell’inquadratura iniziale. Due ragazzi stanno facendo sesso nel bosco, con la nebbia. Quasi un residuo sentimentale delle parti di Spring Fever o Love and Bruises.

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Poi cambio di marcia. La gente che scappa. La Cina che cambia. A Guangzhou. Con palazzi e grattacieli. Edifici che rischiano di essere demoliti. E gli abitanti di un quartiere che fanno di tutto per conservare le loro case. E il principale nemico è Tang Yijie, direttore della commissione municipale di costruzione. Che cade da un tetto e muore. Yang Jiadong, un giovane agente di polizia, si occupa del caso. E vengono alla luce altri casi di crimini che non sono stati mai risolti. Yang però, senza alcuna motivazione, viene sospeso dal servizio. Ma continua le indagini per conto suo.

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Sospeso nelle zona tra thriller e noir. Il genere utilizzato come espediente per un quadro della Cina contemporanea. Come la commistione tra melodramma e musical era stato utilizzato da Lou Ye in Summer Palace per raccontare la fine degli anni ’80 e soprattutto i fatti di Piazza Tian An Men.

Ancora il tempo. Un ambientazione nel passato che segna frammenti dell’opera del cineasta cinese. Parte tra il 2013 e poi ci sono flashback che s’incastrano. Ritorna al presente e poi al passato. Una narrazione non fluida ma anche uno stile nervoso non più autentico ma che sembra solo più esibito. Con squarci di notiziari tv, che sottolineano la componente cronachistica. Colori accesi. Che si espandono con il flashback del night-club. Quasi il fuoco addosso a The Shadow Play. Con le scene d’azione anche efficaci. Ma che restano solo come flash. In un cinema che procede di lampi, di ombre. Forse una mutazione portata avanti dal cineasta per non fossilizzarsi nel suo cinema. Una mutazione come quella che ha fatto Jia Zhangke con Il tocco del peccato. Ma, a differenza del regista di Still Life, Lou Ye ci ha perso.