#Berlinale69 – Varda par Agnès, di Agnès Varda

Ispirazione, creazione, condivisione. Sono questi, per Agnès Varda, i tre termini che riassumono la sua visione del cinema. O meglio i punti di riferimento di una possibile traiettoria per orientarsi in questo strano mondo che sta a metà tra l’astratto e il concreto, tra la visione e la tecnica, la teoria e la pratica del minuto. L’ispirazione, innanzitutto, che procede sempre per vie misteriose, ma si condensa intorno a un’idea, a un’immagine, un’intuizione. La creazione, poi, cioè il momento del lavoro, in cui occorre interrogarsi su quale sia il modo migliore per essere più fedeli possibile all’intenzione iniziale, là dove si deve individuare il “dispositivo” e, poi, risolvere le questioni concrete e le difficoltà. E, infine, il partager, la condivisione con il pubblico, senza il quale tutto il lavoro resterebbe sterile, fine a se stesso.

Alcuni miei film sono andati bene, altri sono stati un disastro”, confessa la Varda. Ma sono stati in ogni caso, comunque, tutti film suoi, al di là del risultato finale: piena espressione della sua visione e delle strategie messe in campo per realizzarla. Punto d’arrivo di un pensiero, di uno sguardo e di una messa in opera che ha sempre evitato le regole della standardizzazione produttiva e le convenzioni del linguaggio. Ma è un arrivo sempre parziale, comunque, sempre rimodulato e rinviato all’occasione successiva. Come se non potesse esserci mai davvero una fine. In fondo, è proprio questo il senso di questo “documentario”, che sta a metà tra la confessione pubblica e la lezione di cinema. Ma è lontano anni luce dalla lugubre idea del testamento, parola fin troppo abusata da chi confonde il dato anagrafico con la verità profonda dello spirito.

La Varda parla al pubblico, per raccontare la sua vita, il suo approccio al cinema, alla fotografia, alla videoarte, ai mille territori sempre più espansi dell’immagine. Ma a quale pubblico? Dove, quando? Le occasioni d’incontro sono tante, e vengono mescolate, confuse, in un arco temporale non facilmente condensabile. E tutti ciò, immediatamente, rende Varda par Agnès la storia di un pensiero in evoluzione. Che è sempre un abbozzo, un’ipotesi, perché tutto può essere approcciato da mille altre direzioni, secondo diverse chiavi e sistemi di connessione. In fondo, nonostante le apparenze statiche, pacifiche, di un documentario (auto)biografico, che sembra rinunciare a molti dei guizzi di pura invenzione di Les plages d’Agnès o di Visages, villages, il film è il racconto di un movimento continuo. All’idea funeraria di una pura e semplice collezione di testi o di una celebrazione monumentale di una filmografia straordinaria, oppone l’urgenza di un libero attraversamento.

A chi le chiede se il cinema sia, tutto sommato, sempre la risposta utopica alla necessità di fermare il tempo, la Varda risponde di no. Il cinema è un accompagnare il tempo. E quindi si fa carico dei cambiamenti che esso porta con sé, dei passaggi, delle perdite così come degli inizi, dei ricordi e delle speranze. In un parola, il cinema vive. Continua a vivere. Del resto quando la Varda spiega le sue scelte di scrittura cinematografica è sempre a questo movimento infinito che sembra guardare, a questa necessità di riconnettersi al tempo, gioioso o doloroso che sia, solare o inquieto. Il tempo oggettivo che opprime il tempo soggettivi di Cleo dalle 5 alle 7, fino a quella sorta di ricongiunzione finale, con il percorso effettivo della protagonista ripreso in tutta la sua lunghezza, senza più ellissi: Cleo che, finalmente, guarda il mondo. E così quei travelling di Senza tetto né legge, che, pur seguendo una partitura fissa nel dialogo tra figure e ambiente, accompagnano i vagabondaggi di Sandrine Bonnaire. E poi i discorsi su La bonheur, L’une chante, l’autre pas, Lions Love, La pointe courte, Les cents et une nuits, Garage Demy, Kung Fu Master... La vita che si mescola al cinema, l’amore e il lutto, il femminismo “naturale”, la consapevolezza pittorica e la formazione da fotografa, il documentario che invade la finzione e che la apre all’imprevisto, i negozianti di Rue Daguerre e lo zio Yanco. Fino alle opportunità del digitale, con la sua prossimità discreta, e alla nuova avventura delle istallazioni artistiche, tra le vedove di Noirmoutier all’omaggio al gatto Zgougou.

Ecco, per la Varda, i film, le opere non sono mai scatole chiuse, compiute, date una volta per tutte. Sono aperti da mille entrate e da mille uscite, da squarci improvvisi, quasi improvvidi, insensati e irregolari. Sono spazi da attraversare liberamente. Il loro senso e la loro energia si riattivano ogni volta che torniamo ad abitarli. E quando li ripercorriamo e li ripensiamo, non solo li resuscitiamo alla nostra percezione e intelligenza, ma li trasformiamo, li riportiamo nella corrente, nel flusso. Sì, il cinema si muove, ancora e sempre. Sarà per questo, che i titoli di coda questa volta sono in testa. La fine è un inizio. La Varda si diverte a scomparire. Ma è solo un trucco. La dissolvenza è in bianco. È la promessa di un eterno ritorno.