#Berlinale70 – Berlin Alexanderplatz, di Burhan Qurbani

Burhan Qurbani compie l’audace tentativo di adattare per il grande schermo Berlin Alexanderplatz, romanzo chiave della letteratura moderna di Alfred Döblin del 1929, che affronta lo scarto insanabile tra una città e i suoi abitanti, nel contesto di un’epoca avviata sulla strada del progresso tecnologico, realizzato però a discapito dell’uomo, sempre più scollato dall’ambiente e destinato all’alienazione. Un libro frutto a sua volta delle inquietudini di un’epoca che si sta sgretolando, riassunto perfettamente da Musil in L’uomo senza qualità solo qualche anno prima. Resta irraggiungibile la trasposizione per la televisione realizzata da Rainer Werner Fassbinder nel 1980, ed infatti Qurbani abbandona in partenza qualsiasi tentativo di emulazione, scegliendo una strada a lui più consona e conosciuta e sposta l’asse temporale ai giorni nostri. La classe operaia, protagonista del romanzo, è ormai composta dagli immigrati senza diritti che arrivano in Europa in cerca di fortuna. Figlio lui stesso di una famiglia arrivata  in Germania per sfuggire alla persecuzione politica in Afghanistan, il regista torna su un tema già affrontato direttamente in Shahada e più marginalmente in Wir sind jung. Wir sind stark., dove una delle protagoniste è una ragazza vietnamita.

Francis è un giovane della Guinea Bissau, arrivato in Germania dopo un naufragio in cui a perso la moglie Ida per annegamento. Dopo gli iniziali tentativi di costruirsi una posizione lavorando in nero dentro un cantiere edile, ed ottenere magari lo stato di rifugiato o i documenti, cade tra le grinfie di Reinhold, un criminale affiliato alla banda di Pums, gangster vecchio stampo che controlla un traffico di droga a Berlino. Dopo un incidente avvenuto durante una rapina che gli costa l’amputazione di un braccio, Francis esce temporaneamente dalla banda grazie ad Eva, una donna che cerca in tutti i modi di aprirgli gli occhi sulla vera natura di Reinhold, a cui però non darà mai retta. Grazie a lei conosce Mieze, una escort, e tra loro sboccia l’amore, ma i demoni e la cattiva sorte sono sempre in agguato.

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Berlin Alexanderplatz in questa riscrittura viene declinato con dei toni noir. E allontanandosi dagli esterni della città, rientra dalle porte dei locali notturni, luoghi di ritrovo malavitoso per eccellenza e pieno di donne di malaffare dal fascino ammaliante, a Mieze è infatti affidato il ruolo di una moderna femme fatale. La trama segue il destino di Francis, tra l’incontenibile voglia di riconoscimento e la voce  turbata della coscienza, che in fuori campo vorrebbe suggerirgli un’alternativa meno pericolosa e gli porta a vivere una specie di dissociazione. Se poi l’immagine arriva sullo schermo, sotto forma di ricordo o incubo, prende il volto della moglie scomparsa, uno spirito inquieto nel mare assassino, impegnata nel tentativo di tenerlo fuori dai guai. La voce-in fuori campo diventa narrante quando a parlare è Mieze, con un compito da filo conduttore e memoria, utile per ricostruire cronologicamente quanto è avvenuto, e aiutare lo spettatore, fornendogli un filo logico dei fatti.

Il risultato non è lusinghiero. Il film abbonda di clichè, con una caratterizzazione dei personaggi eccessiva e carica di un’ambiguità da copione. Passione e desiderio vengono fortemente depotenziati da una messa in scena rassicurante che trasmette in ogni momento la sensazione di un lieto fine, anche nel pieno di una tragedia. Le atmosfere sono appiattite dalla fotografia e trovano poco respiro, mentre la scrittura cerca invano di adattare un linguaggio obsoleto per narrare qualcosa di odierno, e perde di vista, compiendo una scelta di genere, di approfondire una delle tematiche affiorata immediatamente, quella dell’immigrazione, e poi lasciata immediatamente morire.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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