#Berlinale70 – DAU. Natasha, di Ilya Khrzhanovskiy e Jekaterina Oertel

DAU. Titolo in codice di un progetto sperimentale o acronimo di un altro terribile servizio segreto? Nei fatti, si tratta delle ultime tre lettere del cognome del fisico sovietico Lev Landau, premio Nobel nel 1962 e morto nel 1968 per le conseguenze di un incidente stradale. Ilya Khrzhanovskiy parte dall’idea di un biopic sullo scienziato. Ma poi cominciato a coltivare ben altra ambizione, il sogno di un’esperienza immersiva, totale (e totalitaria). Nel 2009 viene costruito in Ucraina un enorme set studio, dove, per tre anni, centinaia di persone, attori non professionisti, tecnici, maestranze, studiosi, cuochi, infermieri hanno scelto di abitare stabilmente. Un confino volontario, insomma, in cui queste persone si sono mosse, hanno costruito le loro relazioni di amore e odio, dormito e lavorato. Adeguandosi alle indicazioni e ai voleri della “regia” coordinata da Khrzhanovskiy, capo supremo dell’esperimento, e agli usi e costumi dell’ambientazione storica (su cui lavora la Oertel): dal 1930 al 1968, all’apice del regime sovietico e dei suoi metodi di controllo. Insomma, come in un gigantesco Truman Show, queste persone hanno condotto la loro vita “normale” e interpretato un ruolo. Ripresti 24 ore su 24, 7 giorni su 7: una mole enorme di materiale da cui sono state tratte 700 ore di girato da montare in una serie di film, in video di arte performativa o scientifici. Perché, nel mondo di DAU si sono affacciati ospiti famosi (da Marina Abramović a Brian Eno) e si è fatta ricerca, seppur nei campi meno convenzionali, come le ricerche sull’orgone, l’energia “immaginata” da Reich.

Lo scorso anno tutti i materiali di DAU sono stati presentati in una grande anteprima a Parigi, un vero e proprio evento multimediale, tra immagini, performance, proiezioni, istallazioni, dibattiti. Ed ecco che finalmente alla Berlinale viene presentato in competizione DAU. Natasha, accompagnato, fuori concorso da DAU. Degeneratsia, film di 6 ore che racconta la storia del centro di ricerca sovietico in cui si sogna di produrre l’essere umano perfetto. Rispetto a questa fantascienza eugenetica, le vicende di Natasha e di Olya sono del tutto secondarie: due donne che gestiscono la cantina in cui scienziati e agenti segreti vanno a mangiare. Poche scene, pranzi che finiscono in una sbronza colossale, litigi che arrivano alle mani, una scena di sesso tra Natasha e Luc, lo scienziato venuto da Parigi. E infine un interrogatorio da manuale KGB… Ma è proprio in questa accessorietà delle vicende di Natasha che diventa evidente tutta la portata allucinata dell’operazione di Khrzhanovskiy, il suo stare a metà tra l’idea di un cinema totale e la deriva del controllo panottico, lo studio scientifico, antropologico e la tentazione esoterica, o ancor più alchemica. Vedere tutto, anche l’irrilevante, filmare tutto, anche il triviale, il disturbante. E, ancor più predisporre ogni cosa per farne un’immagine. Fare di ogni cosa un qualcosa nato per esser ripreso. Come se si fosse davvero in un piano quinquennale (triennale) di epoca staliniana, in una tabella millimetrica di prezzi prestabiliti, dove anche la più insignificante delle cose ha il suo valore programmato. Il che, alla lunga, rischia di essere insostenibile e portare alla distorsione dittatoriale, fino all’implosione del regime, al crollo e alla deriva. Ma che anche questa deriva appartenga al programma?

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C’è qualcosa che sfiora il documentario, il movimento della macchina a mano di Jürgen Jürges, l’illuminazione incerta, uniforma, sporca. E, come da ipotesi sperimentale, l’interpretazione per forza di cose arriva al vero: vero sesso, vera sbronza, vera violenza. Ma non è questo ciò che conta di più. La narrazione si tende fino a farsi estenuante, la rappresentazione si rinchiude nella claustrofobia dell’osservazione forzata. Ed è, per lo spettatore, una sorta di immagine KGB, la replica in scala cinematografica di un modello storico, capillarità d’intervento dello sguardo, metodi di coercizione fisica e psicologica. Ma siamo davvero ancora al cinema? Tutta l’operazione DAU è sospesa sul crinale di una degenerazione, ma è anche lo specchio di un tempo. E nella sua eccezionalità ai limiti della follia, va oltre i meriti o i difetti del singolo film, che diventa forse anche irrilevante. È la deflagrazione dell’opera nell’espansione delle immagini. Verso altre dimensioni, anche oltre il reality, verso la totale onniscienza dei dispositivi di ripresa, dei circuiti chiusi e aperti, del regime di sorveglianza contemporaneo e futuro. Può essere insopportabile, ma l’immagine è già l’orgone in cui siamo immersi.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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