#Berlinale70 – Faith, di Valentina Pedicini

Valentina Pedicini ritorna al documentario dopo Dove cadono le ombre ma continua ad esplorare condizioni di isolamento simili in qualche maniera a quelle sperimentate dalle protagoniste del suo exploit di finzione, e ai minatori di Dal Profondo – con questi ultimi, i “monaci guerrieri” di Faith condividono anche il percorso tra oscurità e luce, stavolta esplicitato chiaramente dalla scelta della cineasta di girare in bianco e nero, con questi lottatori vestiti di divise candide che si stagliano sullo sfondo buio del monastero che li ospita, tirato su dal loro Maestro nel 1998. Una storia che racconta di una clausura, scelta e condivisa da chi decide di seguire la disciplina, tutta votata alla preparazione fisica e spirituale di questa armata di “guerrieri della luce”, e alla difesa intorno alla Prescelta, allenata di persona dal fondatore dell’ordine, esperto maestro di kung fu.

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Devastanti sessioni di training, sermoni e preghiere nella notte, regole di comportamento severe e rigidissime: non saremmo in territori troppo lontani da alcune leggende di devozione assoluta e sacrificio di corpo e anima attraversate dal cinema che ha immortalato shaolin e simili, ma stavolta siamo in Occidente, tra le colline d’Italia, e la via di questa dottrina è decisamente più contaminata di quanto si possa intuire. Soprattutto perché la fede del titolo è quella cristiana, tra crocifissi, quadri della Madonna con bambino, e Gloria al padre recitati come mantra di meditazione.

Pedicini setta lo straniamento da subito, con questo scatenato party al ritmo di musica techno con cui apre il documentario, che vede tutti i monaci ballare senza tregua: scopriremo poi che le vibrazioni danzerecce sono le predilette dal Maestro durante gli allenamenti, che diventano così più simili a routine motivazionali da palestra che ad eleganti danze wu xia (l’istruttore è d’altronde innanzitutto un preparatore atletico con un curriculum di competizioni sportive internazionali). Insomma il concetto di purezza inseguito dai guerrieri possiede delle evidenti singolarità, amplificate dalla coesistenza piuttosto intima in spazi comuni o in prossimità tra uomini e donne, che porta con sé inevitabili scintille: la troupe della regista ha vissuto per mesi nel luogo per poter raggiungere il livello di confidenza con la presenza delle videocamere che vediamo nel film, ma il merito principale di Faith è indubbiamente nella capacità di Pedicini di cogliere anche solo per sprazzi le tante traiettorie esistenziali e narrative che questi 20 anni di pratica hanno generato.
A conti fatti, sono più le notti e le camere da letto immortalate dal film, che gli istanti di performance atletica o di quotidianità comunitaria, più dalle parti di Goodbye darling I’m off to fight che del Grande Silenzio, per dire. Coppie, famiglie, bambini o genitori da riconquistare (a queste ultime due categorie dobbiamo le sparute sequenze del film al di fuori delle mura dell’abitazione comune, a dimostrare che non viene perseguito tanto l’isolamento quanto l’allontanamento da alcune concezioni di vita): c’è chi ha dubbi sulla propria vocazione o effettiva capacità da guerriero, e chi ha fatto un po’ troppi casini con la camerata delle ragazze e viene posto sotto processo (si è comunque liberi di lasciare l’ordine in qualunque momento)… Pedicini non giudica e si tiene lontana da qualsiasi tentazione di morbosità: le fragilità di questi giovanissimi aspiranti guerrieri, intenti a combattere la battaglia interiore per migliorarsi e per fare i conti con i propri difetti, paure e limiti, restituiscono un’inquietudine potente.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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