#Berlinale70 – Funny Face, di Tim Sutton

New York. Una maschera precipita dal cielo. L’incipit sembra quasi riagganciare il momento iniziale di Death Note, con un quaderno magico che caduto dalle nuvole dà il potere di decidere la morte di qualcuno. Lì la morte qui la vita. Saul (Cosmo Jarvis) diventa un eroe mascherato per fare giustizia di una speculazione edilizia senza regole, disposta a liberarsi degli ostacoli per trovare nuovi spazi da occupare di cemento. Impegnato nella lotta contro il costruttore miliardario spietato, Jonny Lee Miller (Elementary), trova la compagnia di Zama (Dela Meskienyar), in rotta con la famiglia, zio e zia, che le contestano uno stile di vita troppo emancipato.

Il film fa parte di diritto di quel filone neo-metropolitano che vede nei fratelli Safdie quelli che ormai possono essere considerati i capostipiti di uno stile destrutturato, interessati poco alle macrostrutture narrative ed i contorni definiti, intenti soprattutto a disegnare fragili linee per far trasparire tutto lo spazio emotivo che esonda dagli argini poco restrittivi. Tutti collocati dentro una città ritratta stavolta quasi di rimando, in controluce, dentro un’alba o un tramonto, nel furore romantico di un immagine che promette guai. Il ritmo ansiogeno è piu attenuato rispetto ad Uncut Gems, il delirio compulsivo si alimenta nel desiderio di vendetta, una rabbia montante d’indignazione verso il potere e il denaro che serve da denuncia di un sistema ormai schiavo di valori lontani anni luce dal bene pubblico. Il momento chiave del film vede il costruttore impegnato in un faccia a faccia con il padre, finanziatore dei progetti edilizi dell’epoca precedente, dentro un locale sgombro in un quartiere lontano dal centro, un confronto utile a raccontare quanto i piani di sviluppo tra le generazioni abbiano subito un cambiamento di motivazioni, con un orientamento deciso verso un comportamento predatorio ed incapaci di vedere la bellezza comunitaria come un bene da promuovere.

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La rabbia di Saul ricorda piuttosto il Joker di Todd Phillips negli scatti di ira violenti, ma deve qualcosa sicuramente anche al titolo zero dei film ambientati in ambiente newyorkese che raccontano storie di emarginazione, Taxi Driver, con De Niro icona per ora indiscussa di chiunque voglia confrontarsi con l’immedesimazione ad un personaggio borderline dentro un contesto urbano, un lascito che trova un vero e proprio riscontro fisico di emulazione. Quello che permette al protagonista di coltivare un filo di speranza è invece Zama il cui personaggio serve ad attutire ed arrotondare la vicenda, renderla più vaporosa e diffondere una nota d’amore tra di loro, entrambi orfani, ed in cerca dell’anima gemella. Ma non solo. Anche lei sta combattendo una battaglia importante, conquistare diritti e dignità di essere sè stessa, in un ambiente come quello musulmano che le impone cosa indossare, imponendo di fatto una maschera anche a lei. Entrambi espulsi, vagano per la città in un modo che ha tutte le sembianze di una fuga, dove a braccarli è un mondo che sembra diventato insensibile alle loro esigenze, dal rassicurante aspetto di una cartolina. L’aspetto sentimentale è la cosa che accomuna il film con un classico del cinema Hollywoodiano diretto da Stanley Donen, insieme al titolo omonimo, tradotto in italiano come Cenerentola a Parigi.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)