#Berlinale70 – My Salinger year, di Philippe Falardeau

Margaret Qualley affida al franco-canadese Philippe Falardeau (a cui dobbiamo tra le altre cose l’ottimo The Bleeder di qualche anno fa) il suo tentativo di lancio definitivo sul grande schermo, dopo che gli appassionati di serialità hanno imparato ad amarla tra The Leftlovers e Fosse/Verdon, e il pubblico del cinema si è innamorato del suo personaggio in Once upon a time in… Hollywood. E in effetti My Salinger year è in sostanza interamente poggiato sulle spalle della giovane e luminosa interprete, voce e sguardo narrante dell’ennesima storia di rivelazione umana, affettiva e professionale tra le strade di una New York che è innanzitutto un castello di riferimenti e mitologie culturali e letterari.

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Non siamo troppo lontani dalla confezione evanescente di The only living boy in New York di Marc Webb, giusto per citare un esempio recente di questo sottogenere occhialuto (o forse addirittura del setting della prima stagione di You su Netflix?), ma Falardeau, sulla scorta del romanzo autobiografico di Joanna Rakoff, tenta di donare anima, fragilità e profondità a tutta la galleria di figure che popolano l’agenzia letteraria dove la giovane protagonista si ritrova a fare da segretaria: non solo il temibile e glaciale direttore Sigourney Weaver, ma i vari assistenti e fidati collaboratori di cui è circondata, con i volti familiari e rassicuranti di Colm Feore e Brían F. O’Byrne.

Il fascino maggiore della vicenda sta però chiaramente nel rapporto a distanza che Joanna intesse, nel corso della sua annata di lavoro per l’agenzia, con “Jerry” Salinger e insieme con le sue legioni di ammiratori, che nel 1995 della storia inondano quotidianamente la casella di posta dell’unico riferimento ufficiale lasciato dallo scrittore, i suoi rappresentanti letterari, ai quali spetta il compito di “filtrare” pesantemente la corrispondenza.
Si tratta di materiale su cui una Nora Ephron avrebbe costruito una struttura vertiginosa di rimpalli, ma Falardeau si accontenta di tratteggiare ancora una volta una Grande Mela insieme pulviscolare e spietata (le sequenze nel ristorante del Waldorf…), di certo non inedita, e di accennare istanti sospesi e timidamente sognanti come le conversazioni a distanza con gli immaginari fan mittenti delle lettere a Salinger.
Nel tentativo di cogliere un’atmosfera più che una direzione vera e propria alla parabola di Joanna, My Salinger year dovrebbe essere anche il racconto di come l’autore del Giovane Holden si fosse interessato all’improvviso alla pubblicazione della sua novella Hapworth 16, 1924, uscita originariamente solo sul New Yorker, da parte di una minuscola e sconosciuta casa editrice di provincia: un caso che Rakoff segue di persona ma che il film mantiene in secondo piano, come la figura dello scrittore divinizzato di cui non vediamo mai le reali fattezze, udendone solo la voce per lo più al telefono.
Peccato che, a differenza proprio del precedente Bleeder, Falardeau non intessi qui alcun discorso sul Mito, sul dietro le quinte della creazione artistica e sul cortocircuito verità/leggenda, limitandosi ad un lavoro di confezione a conti fatti innocuo.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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