#Berlinale70 – Petite fille, di Sébastien Lifshitz

“Quando sarò grande, sarò una ragazza”. Non è il desiderio di Sacha, ma è la sua necessità, fisica, di affermare la propria identità di genere. Ha 8 anni e sin dall’infanzia ha capito di essere nata nel corpo sbagliato. A scuola non può vestirsi come una bambina. Ogni giorno deve lottare contro un ambiente ostile. La famiglia invece la protegge, la riconosce come figlia e lotta ogni giorno con lei.

Lo sguardo di Lishitz si mette ad altezza di Sacha. Non è mai inopportuno e invadente ma crea con lei e la sua famiglia un’intimità di incredibile naturalezza e familiarità. I muri dell’ambiente esterno non si vedono ma si percepiscono negli occhi della bambina e nei racconti della madre, che non riesce a trattenere la propria rabbia ma che al tempo stesso è sempre più determinata a far sì che la figlia possa essere felice. C’è ancora un’altra barriera che è invisibile ma si percepisce in tutta la sua forza: l’isolamento. “Non ha mai invitato un amico a casa” dice la madre. Ma soprattutto emerge il contrasto tra l’interno e l’esterno, la famiglia e il mondo che c’è fuori. Da una parte gioca con i fratelli in giardino, è con la sua famiglia a fare un picnic sul prato, urla la paura e la gioia sulle montagne russe al luna-park. Dall’altra invece c’è il buio, la vita nascosta in cui Sacha è costretta a seguire regole sociali e di genere imposte.

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Petite fille è di una bellezza stupefacente. Perché apre le porte senza fare nessun rumore, mostra la normale quotidianità di una famiglia libera e compatta che può aggiungere tranquillamente un posto a tavola per farti mangiare con loro. Dopo l’ultimo film di finzione, Plein Sud, Lifshitz ha realizzato negli ultimi dieci anni solo documentari che parlano di lotte, come quella degli uomini e delle donne omosessuali nati tra le due guerre in Les invisibles, di uno dei primi transessuali francesi in Bambi o di Thérèse Clerc, una delle grandi figure del femminismo militante che ha combattuto per la parità dei diritti degli omosessuali in Les vies de Thérèse. Come in quest’ultimo caso, la storia privata, i sentimenti, le ferite, i dolori, la determinazione emergono essenzialmente dai primi piani. Sempre leggeri, che accarezzano il volto. C’è il momento in cui Sacha, vestita da bambina, cammina per strada e sembra volare. Poi va dalla terapeuta. Sembra tranquilla, solo intimidita. Racconta a fatica cosa non va a scuola. Lentamente, senza che succede niente, inizia a piangere. Qui c’è proprio tutto l’impeto struggente e il pudore del cinema di Lifshitz. E come spesso avviene nella sua filmografia, anche in questo caso è riduttivo definire Petite fille come un documentario. Si tratta in realtà di un altro viaggio in una delle tante vite che compongono l’esistenza dei suoi protagonisti. Alcune vengono subito fuori, altre sono più nascoste. Quelle di Sacha emergono soprattutto in rapporto alle immagini da neonato o dei suoi primi anni. Un altro tuffo nel passato dove Lifshitz riesce nel miracolo di raccontare la sua infanzia inquadrando solo fotografie.

 

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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