#Berlinale70 – Police, di Anne Fontaine

Tutto si può rimproverare al cinema di Anne Fontaine tranne la curiosità di esplorare mondi distanti, di compiere percorsi di avvicinamento ai generi per lambirli e poi volare oltre. Un cinema fatto soprattutto di donne, di volti e corpi che si incontrano e si sfuggono continuamente, nella vana ricerca di una requie, concetto chiaro già dal titolo del primo lungometraggio diretto, Les histoires d’amour finissent mal en général.

Police guarda stavolta nel buio della vita parigina, attraverso le violenze domestiche, i volti tumefatti, le richieste d’intervento, le morti inaccettabili. Al catalogo eclettico della regista lussemburghese va aggiunto il crime drama: Aristide (Omar Sy), Virginie (Virginie Efra) e Erik (Grégory Gadebois) sono tre agenti della polizia nazionale Francese, del distretto di Aubervilliers. La trama è davvero essenziale, il loro compito è di scortare un detenuto da rimpatriare all’aeroporto Charles de Gaulle, Tohirov (Payman Maadi).  Ad attenderlo in Tagikistan c’è la pena di morte, e metterlo sull’aereo significa consegnarlo nelle mani del boia.

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L’idea di Anne Fontaine è altrettanto lineare: inquadrare i protagonisti singolarmente in maniera  didascalica, osservare le loro esistenze quasi di nascosto, come un frugare dentro gli armadi per farne uscire gli scheletri. La notte cittadina occupa una parte preponderante del film e muove il suo corpo sfuggente e luminoso di neon, e di quella notte non puoi far altro che portare addosso l’odore, anche quando non è il momento, quando basterebbe chiudere una porta e lasciare tutto alle spalle. I brevi riassunti introduttivi descrivono l’origine e il divenire, il legame deleterio di vita professionale e privata, e la figura del poliziotto incarna alla perfezione questo genere di commistione, nuclei familiari distrutti, nervi a pezzi, alcool e sigarette ed orari da far impallidire. Disegnato il retroterra, l’attenzione punta lo sguardo sulla relazione proibita tra Virginie e Aristide, su una solidarietà di corpo e di corpi per aggiungere probabilmente delle scelte non differibili, un problema etico, il desiderio di un amore impossibile, le coppie già distrutte o sul punto di esserlo.

Sparsa la legna sul fuoco e ravvivata la fiamma, il film sembra però fermarsi sulla soglia a guardare da lontano. Evita di perdersi nel peccato, nello stare a distanza. Pensa di fornire un equilibrio, una redenzione o una soluzione, però in tal modo resta anche lontano dal calore, lascia l’emozione dentro un compromesso, un politicamente corretto in forte contrasto con lo scenario evocato. E quella domanda da fare alla coscienza, stando con le spalle al muro, nella cattiva posizione di ubbidire ad un ordine per onorare l’uniforme e non incorrere nei guai, ha già una risposta pronta. La storia segue uno schema abbastanza classico ed arriva ad una conclusione: catturare un piccolo frangente, un dettaglio, una cura più attenta dei personaggi in scrittura, l’avrebbe reso tutto sommato superfluo e gli avrebbe regalato una statura superiore.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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