#Berlinale70 – Schwesterlein, di Stéphanie Chuat, Véronique Reymond

La collaborazione tra Stéphanie Chuat e Véronique Reymond è di lunga data. Uno dei loro primi cortometraggi, Berlin Backstage, è stato girato alla Berlin Philharmonie e ha vinto il Berlin Today Award alla Berlinale del 2004. Insieme hanno realizzato molti documentari, poi nel 2010 il primo lungometraggio di finzione, La petite chambre, presentato a Locarno e scelto come film rappresentante della Svizzera agli Oscar, un lavoro che con questo Schwesterlein ha moltissimo in comune, dalla location ospedaliera all’invadenza della carriera professionale in ogni altro aspetto della vita.

Lisa (Nina Hoss) e Sven (Lars Eidinger) sono due gemelli eterozigoti. Lei è una scrittrice, lui un attore di teatro. Quando Sven si ammala di leucemia, a lei tocca accudirlo, per l’assenza del padre, e una madre inadatta, svampita, ex attrice anche lei. Finiti i cicli di chemio, Lisa decide di portare il fratello da Berlino a Leysin, in Svizzera, luogo nel quale si è trasferita, malvolentieri, insieme al marito Martin e i due figli, e permettergli di affrontare la convalescenza nel locale sanatorio, circondato dalle montagne innevate. Sullo sfondo di una malattia devastante, che fa capolino sin dalla prima inquadratura, con una flebo in bella vista, e continua con le conseguenze di un rigetto del trapianto e gli effetti collaterali dei farmaci, le vite dei protagonisti vengono misurate sopra le loro ambizioni lavorative, sopra il comportamento nella sfera intima o quello in pubblico, e sulla ripercussione della malattia nei loro rapporti reciproci.

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I problemi di Sven compromettono pesantemente la vita coniugale di Lisa. L’insorgere del male ha scoperto dei problemi rimasti nascosti. Oppure il tragico impatto e la minaccia deflagrante della morte ha reso instabile un rapporto all’apparenza perfetto. E nel far questo il film, scrivendo il destino dentro un gioco fatale dagli esiti imprevedibili, ritrova gli elementi classici del dramma, e il suo carattere ineluttabile. La crisi di coppia innescata tra Lisa e Martin racconta l’esistenza di due visioni del mondo distinte, e una volta delineato il quadro disperato, viene alla luce il loro differente grado di sensibilità. Lei un’artista, lui un manager in carriera. Il loro rapporto è talmente esacerbato da coinvolgere rovinosamente i bambini nel litigio, minando gravemente l’unione fino alle fondamenta, il bilancio nei riguardi della famiglia non è dunque troppo lusinghiero. Ma il precipitare della situazione resta subordinato alla presenza di un aspetto talmente dirompente da esasperare gli animi e rendere impossibile il dialogo, a conferma che le disgrazie non vengono mai da sole, come ripetono i detti popolari.

Altro grande tema è quello del lavoro, il sogno a cui vuole aggrapparsi Sven per tornare con ogni titolo nel mondo dei vivi, e recita Shakespeare a memoria, e i passi citati dall’Amleto fanno risuonare quelli del fantasma del Re tornato dopo un viaggio all’inferno per reclamare giustizia, così come Sven vorrebbe riottenere una parte in passato ricoperta molte volte e passata di mano, a qualcuno di meno talento, of course. Per Martin invece l’ambito professionale è la scorciatoia per il successo e le comodità, un orizzonte dentro il quale l’uomo rifiuta di vedere le nuvole che si addensano minacciose, e paga una disattenzione per i dettagli che lo porta a finire dritto dritto dentro un burrone. A fare da trait d’union tra queste esigenze è la protagonista, disposta ad anteporre le altrui fortune alle proprie, fino al momento in cui, dietro un viso pronto al pianto, avrà trovato la consapevolezza di vedere il vuoto in quella parte della barricata dove combatte lei, e i suoi ideali vacillanti le daranno e ci daranno la conferma di essere dal lato giusto.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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