#Berlinale70 – Sweet Thing, di Alexandre Rockwell

C’è sempre più bisogno di ritorni come quelli di Alexandre Rockwell, alfiere di una via formale, concettuale e ovviamente produttiva all’indipendenza del cinema che oggi sembra quasi del tutto smarrita nella maniera e nel vintage degli schermi espansi e relativi filoni. Qui l’armamentario dell’autore del cult Pete Smalls is dead è più o meno lo stesso del precedente, squisito Little Feet, interpretato dai due figli Lana e Nico (la ragazza la ritroviamo oramai pre-adolescente) e girato in un bianco e nero a frequenza bassissima tra i perdigiorno e i diseredati che abitano le macerie del capitalismo metropolitano USA.

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E’ autentica la disperazione del padre di questi due piccoli outlaws and renegades, alcolista dal cuore d’oro in frantumi come la sua dignità di uomo e genitore, uno straziante Will Patton, volto abituale del cinema di Rockwell: ma stavolta non c’è più tempo per trasformare i rifugi di fantasia in cui abitano i giochi dell’infanzia in comiche da film muto, come appunto in Little Feet – ora c’è da affrontare l’America, e c’è da farlo con le armi spianate. Billie, Nico, e il nuovo amichetto Malik si mettono in viaggio a piedi come in un romanzo di Mark Twain per raggiungere la Florida, meta sognata lontana dai guai in cui i nostri tre giovani eroi si sono cacciati per difendersi da quelle angherie che solo la famiglia può riservare.

Difficile non amare la sconfinata passione e il sincero afflato militante con cui Rockwell gira questi suoi piccoli home movies: Sweet Thing è un gesto intimo e insieme universale che riappacifica con la genuinità del mezzo cinematografico nell’epoca dei mille formati e della macchina a disposizione di tutti – se Little Feet era un exploit più “pop”, quest’ultimo rivela una cristallina anima jazz, abitato com’è in ogni fotogramma dal fantasma irrequieto ma irresistibile di Billie Holiday, letteralmente evocato in scena. E come sempre nel jazz quando è suonato con l’anima, dietro ad ogni assolo trascinante e struggente si nasconde puntualmente lo svelamento della violenza sociale su cui costruiamo queste strutture fallaci e solo apparentemente accoglienti: lo imparano sulla loro pelle i protagonisti del film, anche quando per un fugace istante la loro vita sembra essersi fatta a colori, e non è un caso che la pistola spunti fuori dalla razzia nella villona miliardiaria dove i nostri fanno ad un certo punto irruzione.
Armi spianate, dicevamo: a quelle dell’oppressione delle istituzioni (la strepitosa evasione del finale…) Rockwell contrappone la barricata di una dimensione resistente fatta di suggestioni visionarie, musicali, personalissime e insieme potentemente comunitarie, condivise. Sono forse favolacce anche queste, dove però sembra non poter morire davvero nessuno (ma la madre non era morta nel film precedente?), almeno fino a quando le immagini di questo cinema saranno in grado di far(ci) rinascere anche solo il tempo di un tuffo nell’oceano, i fuochi d’artificio sulla spiaggia, Billie Holiday suonata all’ukulele, un giro in una macchina rubata in un parcheggio, un pranzo al cinese il giorno di Natale.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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